Potocki-Abraham ben Abraham: storia e leggenda

                 

Nella seconda metà del diciottesimo secolo emerse la storia che raccontava la conversione al giudaismo e la morte come martire, di un nobile polacco di una grande famiglia aristocratica, a volte indicato come Walentyn Potocki, oppure come Graf Potocki:
Quel racconto era La leggenda del Ger Tẓedek, il giusto convertito di Vilna.

La storia fu accolta con ammirazione soprattutto dagli ebrei dell’Europa orientale e successivamente divenne l’oggetto di numerosi romanzi e novelle, continuando anche oggi ad esercitare il suo fascino.
Walentyn apparteneva alla stessa famiglia del più celebre Jan, lo scrittore vissuto a cavallo del settecento e dell’ottocento, che tutti gli appassionati di letteratura, sparsi per il mondo, conoscono benissimo per il suo romanzo “Manoscritto trovato a Saragozza”.

Jan Potocki

Come si è detto, l’affascinante storia di Walentyn, indicato come Graf Potocki, o come Abraham ben Abraham, era quella di un conte polacco convertitosi al giudaismo e per questo, fatto bruciare come eretico dalla Chiesa nel 1749.
La storia rimane tuttora avvolta in un misterioso intrigo di fatti reali e leggende.

Essenzialmente essa racconta che questo giovane nobile, che studiava a Parigi, capitò in una taverna insieme a un amico.
In quel posto, seduto sotto una tenda, i due notarono un vecchio ebreo che studiava il Talmud e gli chiesero di illuminarli sulla natura della religione ebraica.
Persuasi dalla verità delle sue parole, i due decisero quindi di diventare ebrei.

Potocki si recò ad Amsterdam, dove si convertì al giudaismo, quindi tornò in Lituania e stabilì vicino a Vilna.
Anche il suo amico, un po’ più tardi, si sarebbe convertito e trasferito in Palestina.
A Vilna, Potocki si era immerso profondamente nella cultura ebraica e aveva condotto la vita esemplare di un ebreo osservante.
Alcuni resoconti affermano addirittura che fosse diventato rabbino e che abbia avuto contatti con il Gaon (gran Rabbino) di Vilna.

Purtroppo Potocki fu denunciato da un altro ebreo, un sarto rancoroso nei suoi confronti, e fu arrestato.
Al processo gli fu offerta la libertà a condizione che ritrattasse la sua conversione, ma non vacillò e rimase fedele alla sua fede adottiva.
Come conseguenza della sua coerenza, fu bruciato sul rogo a Vilna nell’anno 1749.

Diverse versioni parlano di una grazia reale dell’ultimo minuto che sarebbe arrivata subito dopo la sua esecuzione, quindi tardi per salvarlo.
È stato anche detto che le sue ceneri ed un suo dito furono raccolti nel luogo della sua esecuzione e sepolti nel cimitero ebraico.
La sua tomba divenne un luogo di pellegrinaggio e gli ebrei lo onorarono con l’appellativo Ger Tzedek.

Una vecchia cartolina di Vilna

Ciò che rende la storia di Potocki ancora più straordinaria sono i tempi e le circostanze che circondarono la sua conversione.
Questa non è solo la storia di un convertito al giudaismo, come precedente c’era stato già quello dei Khazari, ma il racconto di un fatto notevole per molti aspetti, non ultimo quello che vuole che l’ebraismo, a differenza del cristianesimo e dell’Islam, raramente faccia del proselitismo.
Va detto anche che la Polonia del XVIII secolo era un luogo piuttosto ostile per gli ebrei, che subivano crudeli persecuzioni.
Uno che addirittura si convertisse al giudaismo rischiava la morte per mano di una Chiesa intollerante e dispotica, che lo avrebbe considerato al pari di un eretico.

Inoltre, con la sua scelta di fede, Potocki dava un addio volontario alla vita di giovane aristocratico, con tutta la ricchezza, i privilegi e la sicurezza che tale esistenza garantiva.
Nonostante tutto quello che rischiava di perdere, fece la sua scelta e dimostrò la sua devozione con la sua disponibilità a morire per essa.

Maimonide definisce un ebreo come “colui che entra nelle tribolazioni del popolo ebraico”, così Potocki poteva certo essere considerato all’altezza della più alta definizione maimonidea, per essersi comportato come un vero ebreo.

Il filosofo Mosè Maimonide

La storia del Ger Tzedek, tuttavia, per come viene raccontata, non è priva di problemi.
La scarsità di fonti contemporanee tende a sfidarne la storicità.
Il primo racconto pubblicato su di lui non apparve fino al 1841, quasi un secolo dopo il suo martirio, ma questa mancanza di prove storiche non dovrebbe indurci a concludere che il Ger Tzedek ed il suo rogo siano stati dei fatti immaginari.
Nel mondo dell’archeologia si sostiene spesso che l’assenza di prove non sia una prova di assenzae più di uno studioso ha dimostrato efficacemente l’importante ruolo svolto dalla tradizione orale nella ricostruzione della storia. 
In un suo libro, Joseph Prouser, analizza abilmente un certo numero di tradizioni orali e di pubblicazioni letterarie, storiche e no, relative a diversi periodi di tempo, per rivelare l’impatto che Ger Tzedek ebbe sulle generazioni ebraiche successive.

I dettagli variano nelle varie fonti esaminate e alcuni di essi sono chiaramente abbellimenti di fantasia, ma il nucleo della narrazione è piuttosto compatto nel sostenere che il Ger Tzedek e la sua esecuzione siano fatti reali.
Questa memoria collettiva condivisa dagli ebrei dell’est Europa li ha spinti a tramandare la storia di generazione in generazione, a visitare la tomba del nobile e a recitare il Kaddish per lui ogni anno.

Una tradizione orale così viva, come sostiene correttamente l’autore, dà credito alla natura storica degli eventi che circondarono il Ger Tzedek.
Ma ripartiamo dall’inizio: Walentyn Potocki era un nobile polacco e ci sono diverse versioni della sua straordinaria storia di martire della fede.
La sua memoria è ancora onorata dagli ebrei di Russia, Polonia e Lituania come quella del Ger Tzedeḳ , un’espressione che significa “giusto proselito” o “colui che cerca giustizia”.
Walentyn studiava a Parigi con il suo amico Zaremba, un altro giovane aristocratico polacco.

Si è già detto come una volta, mentre erano in una taverna, notarono il proprietario, un vecchio ebreo, immerso nello studio del Talmud, e di come i due esprimessero il desiderio di essere istruiti sui vari principi del giudaismo.
I suoi insegnamenti con tutte le spiegazioni dell’Antico Testamento che loro, in quanto cristiani cattolici, conoscevano molto poco, li impressionarono così tanto che lo convinsero a istruirli in ebraico.

In sei mesi i due giovani acquisirono padronanza della lingua biblica e una forte inclinazione verso il giudaismo.

Il quartiere ebraico di Parigi oggi

I due giurarono che sarebbero diventati ebrei, convinti dell’errore del Cattolicesimo, e decisero che sarebbero andati ad Amsterdam, che a quel tempo era uno dei pochi posti in cui un cristiano poteva abbracciare apertamente l’ebraismo.

Ma Potocki andò prima a Roma e dopo essersi convinto di non poter più restare cattolico a causa della corruzione della curia papale, raggiunse l’Olanda e “prese su di sé l’alleanza di Abramo”, assumendo il nome di Abraham ben Abraham.

C’è motivo di credere che il vero maestro di Potocki, colui che indusse i due giovani ad abbracciare il giudaismo, fosse il loro connazionale Menahem Man ben Aryeh Löb di Visun, che fu poi torturato e giustiziato a Vilna all’età di 70 anni il 3 luglio 1749.

Potocki dopo aver risieduto per un breve periodo in Germania, tornò in Polonia, allora unita alla Lituania, e visse tra gli ebrei della città di Ilye nel governatorato di Vilna, alcuni dei quali dovevano essere consapevoli della sua vera identità.
Un banale episodio, però, ebbe un peso decisivo sul suo destino.
Una volta Potocki però rimproverò un ragazzo per aver disturbato le preghiere in sinagoga.
Il padre del ragazzo, un grossolano sarto, si infuriò con lui a tal punto che informò le autorità che il “convertito” era proprio a Ilye.
Potocki fu arrestato.
Le suppliche della madre e dei suoi amici non riuscirono a indurlo a tornare al Cristianesimo.
Entrambi i genitori di Walentyn lo visitarono in prigione e lo pregarono di rinunciare pubblicamente al suo giudaismo, promettendogli di costruirgli un castello dove avrebbe potuto praticare la religione che preferiva in privato.
Secondo il rabbino Ben-Zion Alfes di Vilna, egli rifiutò, dicendo a sua madre, dicendo:

“Ti amo teneramente, ma amo ancora di più la verità“.

Dopo una lunga prigionia e un processo per eresia, Potocki fu condannato a morte per essere bruciato vivo sul rogo.
Dopo che il decreto era stato emesso, il Gaon di Vilna inviò a Potocki un messaggio in cui si offriva di salvarlo usando la Kabbalah.

Il Gaon di Vilna (1720-1797) era, secondo la tradizione ebraica, un mentore di Abraham ben Abraham.

L’uomo tuttavia rifiutò, preferendo invece morire “kiddush Hashem”, cioè la morte dei giusti, e chiese al Gaon quale benedizione avrebbe dovuto pronunciare immediatamente prima della sua morte.
Il secondo giorno di Shavuot del 1749, fu bruciato sul rogo, ai piedi della fortezza di Vilna, avendo sulle labbra la preghiera:

Benedetto sei tu, o Signore, … che santifica il tuo nome davanti alle moltitudini”.

Dice una leggenda che dopo l’esecuzione la cittadina che aveva fornito la legna da ardere usata per l’esecuzione, fu bruciata.
In quei giorni si registrò anche un numero insolito di incendi a Vilna, ed un edificio che si trovava di fronte al luogo dell’esecuzione, era rimasto sporcato da una macchia nera provocata “dai fumi dell’incendio”.
Nessuna quantità di vernice o imbiancatura avrebbe mai più rimosso quella macchia, così infine l’edificio fu demolito.
Era rischioso a quei tempi per un ebreo l’assistere ad un rogo, eppure un certo Eliezer Ziskes, fingendo di essere un cristiano, riuscì con la corruzione a raccogliere alcuni dei resti del corpo, che alla fine furono sepolti nel cimitero ebraico.

Sopra la tomba di Potocki, che era chiamato ormai il Ger Tzedek, “il giusto proselito”, crebbe un grande albero a forma umana che divenne meta dei pellegrinaggi degli ebrei del circondario.
La tomba fu poi demolita dai nazisti ma le sue ceneri, che si erano salvate da questa profanazione, furono poi poste con cura nel nuovo cimitero ebraico di Vilnius.

La seconda e definitiva tomba di Walentyn Potocki, Ger Tzedek, sepolto insieme col Gaon di Vilnius e la sua famiglia

Zaremba, il compagno di studi di Walentyn, si era intanto sposato e aveva dimenticato sia la promessa che il suo amico, ma quando udì la notizia, diffusa in tutta la Lituania, della scomparsa di Potocki, ricordò il suo voto e, portando con sé la sua famiglia ad Amsterdam, divenne anche lui ebreo, e successivamente si stabilì Eretz Yisrael, cioè in Palestina.

Un racconto di questa vicenda fu pubblicato da un certo Dick in ebraico (1862) e in yiddish con il titolo di “Gerei ha-Ẓedek”.
Finora è stata scoperta solo qualche prova storica del racconto, ma generalmente si ritiene che esso avesse fondamento reale.
La storia è servita anche come tema per un dramma in yiddish, chiamato “Dukus”.

Una scena del dramma “Dukus” portata in scena dal Margin Theater’s Lab
celebrando lo Yiddish theater.

Gli ebrei di Vilna hanno sempre celebrato l’anniversario della morte di Potocki recitando il Kaddish e compiendo pellegrinaggi alla sua tomba a Vilnius.
Sebbene i convertiti al giudaismo non fossero del tutto inauditi nell’era moderna, sono comunque emerse poche storie di questo tipo.
Le autorità rabbiniche avevano un atteggiamento ambiguo nei confronti delle conversioni di non ebrei e ben poche incoraggiavano il proselitismo o celebravano i convertiti non ebrei.

La leggenda del Ger Tẓedek di Vilna, sebbene sia considerata dagli ebrei un fatto completamente vero, ha anche l’aria di essere una storia accuratamente elaborata, quasi una risposta apologetica ad una serie di sfide che la comunità ebraica lituano-polacca ha dovuto affrontare fin dalla metà del XVIII secolo.
Precedentemente alla sua versione scritta, era stata la tradizione orale a portare in luce la storia del “Ger Tzedeḳ”, ma il timore della censura, cattolica e zarista, impedì spesso agli scrittori del tempo, polacchi, lituani, ucraini e russi, di dire qualcosa di più esplicito sull’argomento.

Ci provò per primo l’autore polacco Józef Ignacy Kraszewski, nel 1841, basandosi su una storia scritta in ebraico nel 1766 da Judah Hurwitz, mentre Ammudei Beit Yehuda ad Amsterdam raccontò invece solo la storia dell’esperienza di conversione vissuta dal giovane Potocki a Parigi.

Józef Ignacy Kraszewski

Praticamente tutte le fonti ebraiche concordano sul fatto che Walentyn fosse un nobile polacco convertitosi al giudaismo e bruciato sul rogo dalla Chiesa cattolica a Vilnius il 23 maggio 1749 (7 Sivan 5509, corrispondente al secondo giorno della festa ebraica di Shavuot), perché aveva rinunciato al cattolicesimo ed era diventato un ebreo osservante, quindi un eretico per la Chiesa.

Molteplici sono le storie orali, supportanti diverse versioni della storia, che nel XIX secolo e successivamente, furono stampate da molte comunità ebraiche fino a oggi, 250 anni dopo.
Le tradizioni orali ebraiche spesso descrivono poi molti più dettagli sulla vita e sulla morte di Abraham ben Abraham.

C’è anche un resoconto scritto nel 1755 del rabbino Yaakov Emden che raccontava:

Qualche anno fa, a Vilna, la capitale della Lituania, si è convertito un grande principe della famiglia di Pototska. Lo catturarono e lo imprigionarono per molti giorni pensando di poterlo riportare alla loro religione. Sapeva che non sarebbe sfuggito a dure torture e a una morte crudele se non fosse tornato indietro. Volevano salvarlo dalla morte e dalla punizione che lo avrebbero aspettato se avesse resistito. Non prestò attenzione né a loro né alle suppliche di sua madre…. Non aveva paura né era preoccupato di morire in tutto quello che gli avevano fatto.

Dopo aver aspettato per molto tempo, hanno cercato di prendersela comoda per l’onore della sua famiglia. Lui ha messo in ridicolo tutte le tentazioni dei sacerdoti che gli parlavano ogni giorno… Li disprezzava e rideva di loro, e ha scelto la morte con una lunga e crudele agonia, per la vita temporanea di questo mondo. Accettò e soffrì tutto per amore, e morì santificando il nome di Dio. Possa riposare in pace”.

Quanto al motivo per cui ci sono poche fonti storiche complete, il punto di vista degli studiosi si riflette bene in questo estratto dal sito di Shemà Yisrael Torah:

Ci sono alcuni motivi per cui ci sono così poche fonti contemporanee sulla storia di Ger Tzedek. Si può presumere che la nobile famiglia Potocki, che era una famiglia religiosa polacco-cattolica, non fosse contenta che uno dei loro figli avesse disertato per il giudaismo. Si diceva che la famiglia Potocki avesse generalmente trattato con gentilezza gli ebrei che vivevano nelle sue terre. Menzionare la conversione sarebbe stata interpretata come un’aperta provocazione del sovrano della zona, che non avrebbe portato a nulla di buono. Inoltre, indubbiamente la conversione di uno dei gentili dell’alta borghesia avrebbe suscitato grande interesse tra la popolazione, e il suo rifiuto di tornare alla loro fede ha causato loro grande imbarazzo … Tuttavia, crediamo alle parole dei rabbini, che indicano chiaramente che c’era una palese connessione tra il Vilna Gaon e il Ger Tzedek”.

Shemà è una preghiera della liturgia ebraica

Prouser ha svolto un prezioso servizio nel riportare questa affascinante storia all’attenzione dei lettori di oggi e la sua analisi è acuta e istruttiva.
Il suo scritto ha un alto valore spirituale perché ci ricorda come certi uomini in passato erano pronti a morire per la loro fede e quanto siamo privilegiati noi oggi, ebrei e no, a poter fare ogni nostra scelta di fede, o anche quella di non credere affatto, (qui si rammenti la terribile fine dell’ateo Vanini mandato al rogo) senza pericolo di vita e in piena libertà!

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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