La carta del Carnaro: ma fu davvero fascismo? Parte seconda

                        

Il potere giudiziario, secondo la Carta del Carnaro, si articolava in quattro ordini:
i Buoni Uomini, eletti dal popolo, erano preposti alle controversie civili di minor valore;
i Giudici del Lavoro si occupavano delle cause corporative;
i Giudici Togati ed i Giudici del Maleficio, avevano competenze rispettivamente civili e penali e venivano nominati dalla Corte della Ragione. In tutti i casi processuali era previsto il giudizio d’appello.

Attenzioni particolari erano dedicate alla pubblica istruzione in quanto “la cultura presiedeva alla vita dello stato ed alla stessa stesura delle leggi”.
Suoi compiti prioritari erano la creazione dell’uomo libero e quindi la “lotta senza tregua contro l’usurpatore incolto”, nella piena salvaguardia dei diritti individuali.

“Sulle pareti delle scuole non dovevano essere collocati emblemi di natura politica o religiosa”,

e in ogni istituto era prevista l’opera di un Consiglio scolastico preposto alla gestione delle questioni correnti.
A livello superiore, l’istruzione universitaria tradizionale veniva affiancata da quella impartita nelle Scuole di Belle Arti e di Musica.

L’istituto di maggiore importanza economica nella Carta era quello corporativo, ispirato, a differenza del fascismo, all’antica legislazione comunale duecentesca, ma prima ancora all’idea di “stato come volontà del popolo verso un sempre più alto grado di materiale e spirituale vigore” (art. 18 Carta Carnaro).

Nelle Corporazioni, dotate di personalità giuridica, si realizzava, come si vede, una esperienza di democrazia diretta notevole, se rapportata ai tempi.
Ciascuna di esse aveva capacità normativa nelle materie di propria competenza ed anche in campo patrimoniale.
La Corporazione promuoveva l’avanzamento tecnico e la tutela del lavoro, favoriva la formazione professionale ed il mutuo soccorso e determinava provvidenze settoriali. Il tutto in un quadro di autonomia assai ampia che si spingeva fino alla imposizione fiscale secondo criteri proporzionali!

Quanto al diritto di cittadinanza, competeva a tutti gli abitanti di Fiume ma anche agli “appartenenti ad altre comunità che chiedano di far parte del nuovo stato e vi siano accolti, ed a coloro che per pubblico decreto del popolo abbiano ottenuto questo privilegio”.

Ciascuno di essi aveva l’obbligo di far parte di una Corporazione e quello di provvedere alla difesa dello stato. La cittadinanza veniva cancellata nei casi di “condanna in pena d’infamia, renitenza alla leva, morosità nel pagamento delle tasse e parassitismo incorreggibile a carico della comunità”.

Per D’Annunzio Fiume simboleggiò la sublimazione della lotta contro la realtà meschina: gli sembrò possibile elevare al potere la fantasia creatrice, modellare una propria immagine di società in cui i rapporti tra gli uomini fossero svincolati dal formalismo dell’aspetto e del comportamento, per essere guidati, invece, dalla spontaneità e dalla libertà.

Proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro

Sentendosi autorizzati i legionari realizzarono in quei sedici mesi aspirazioni che, mezzo secolo dopo, avrebbero inseguito i giovani del Sessantotto, protesi come loro all’utopia della rivoluzione, alla lotta convinta e provocatoria contro le ipocrisie e le convenzioni del loro tempo. “Me ne frego”, si ripeteva allora a Fiume per sbeffeggiare i moralisti, citando un motto che avrebbe avuto grande fortuna, suo malgrado, durante il fascismo, così pure come l’inno “Giovinezza giovinezza” ed il celebre “Eia, eia, alalà”, che chiudeva i discorsi del poeta.

Nella citta fiumana accadeva di tutto, come fosse un infinito happening in cui ognuno poteva sfogare i suoi estri e capricci e dove ogni giorno “doveva”, quasi per necessità e obbligo, accadere qualcosa.

Molti legionari sniffavano cocaina, alcuni andavano in giro nudi, orge promiscue e pratiche omosessuali erano abbastanza frequenti.
Scriveva Federzoni che:

a Fiume è diventato molto di moda l’eros greco”.

Guido Keller/Nettuno

I più vivevano nell’ostentazione della loro differenza: chi offrendo un campionario di raffinatezze decadenti, chi ispirandosi al copione dell’eroe e del bel gesto.
Il tratto dominante era la sfrenatezza e la frenesia che colpì tutti.

Nino Valeri, uno dei reduci di Fiume, parlò di “una febbre fatta, nei più risoluti, di orrore per la vita dura e grigia di tutti i giorni, di disprezzo per gli ordini costituiti, di disinteresse per il passato e per l’avvenire, di irridente spregio per la virtù e per il risparmio, per la famiglia, per gli avi, per la religione, per la monarchia e per la repubblica: di nichilistica aspirazione, in fondo, di finirla in bellezza questa inutile stupida vita, in una specie di orgia eroica”.

Un campione esemplare di ciò fu Guido Keller.
Nato da una nobile famiglia elvetica, i Keller von Kellerer,Guido era stato pilota nella squadriglia aerea di Francesco Baracca.
Era circondato da un alone leggendario grazie alle sue imprese di armi e di sesso.
Per la sua passione naturista si era costruito una casetta su un albero, amava passeggiare svestito sulla spiaggia e si divertiva a terrorizzare le coppiette girando con i genitali in mostra per i boschetti e le radure: il suo unico scopo – diceva – era di “sconvolgere i bigotti con ogni mezzo”.

Guido Keller in posa, seduto su un pitale,
in una famosa e provocatoria immagine

Suo amico era Giovanni Comisso, lo scrittore, che aveva scelto Fiume per sfogare i suoi edonismi eccentrici.
In anticipo sui costumi dei “figli dei fiori”, voleva saggiare un’esistenza condivisa con pochi e ritirarsi nella solitudine agreste, a contatto con la natura:

si mangia il miele, la frutta matura del mese, latte e burro alla sera sotto la pergola. Stiamo sulla cima di un colle, sopra un torrente. Alla notte si va a girare nei boschi pieni di usignoli, si dorme sotto gli alberi. È veramente una vita senza pari e mai sperata che potesse esser attuata per il mio corpo”.

Insieme a Keller, Comisso fondò Yoga, che era una “Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione”.

Giovanni Comisso

Anche il clero riusciva a dare scandalo.
In città c’era un convento di cappuccini che da tempo chiedevano un rinnovamento della Chiesa e che, trascinati dall’euforia, uscirono allo scoperto chiedendo di poter eleggere i superiori, il controllo sui fondi dell’ordine e addirittura l’abolizione del celibato.
Quando da Roma arrivò un’ispezione, i frati esposero alla finestra del convento una bandiera con il motto che d’Annunzio aveva riscoperto per Fiume: “Hic manebimus optime”.

Nonostante i bordelli, in strada prostitute e signorine snob e disinibite si litigavano i legionari. Un delirio di accoppiamenti disimpegnati si propagò nella città e insieme si diffuse anche l’esperienza omosessuale, che si svolgeva sia in incontri saffici che in quelli maschili.
Molto di ciò che accadeva potrebbe essere visto oggi quasi come un’anticipazione del “free love” degli hyppies, che in pieno ‘68 avrebbe scandalizzato i benpensanti.
Come si è detto, il naturismo e l’omosessualità erano considerati normali in una città apparentemente libera e questa realtà spinse verso Fiume gente da tutto il mondo.

La città dalmata, come scrisse in un suo libro Claudia Salaris, divenne,

“una sorta di piccola controsocietà, con idee e valori non propriamente in linea con quelli della morale corrente, nella disponibilità alla trasgressione della norma, alla pratica di massa del ribellismo”.

La Carta del Carnaro non ebbe la possibilità di vedere concretizzarsi l’opera delle sue varie istituzioni perché tra la sua promulgazione in settembre, ed il dicembre 1920, mese in cui l’esperienza fiumana ebbe fine, intercorsero poco più di cento giorni, giorni improntati a condizioni di ovvia emergenza.
Anni dopo quella Carta fece dire allo storico Renzo De Felice che il ’68 italiano era nato già a Fiume!

Per Villari, invece, anche la celebre Carta di Carnaro, pubblicata dopo un anno dalla occupazione di Fiume in 110 copie, e che appariva sorprendentemente avanzata e democratica per il suo ribadire la laicità delle scuole ed il diritto alla cultura come strumento di libertà, spingendosi sino al riconoscimento del voto alle donne, “era una mistificazione, erano pure chiacchere di un abile mestatore che cercava di confondere le acque e che giustamente Giolitti fece poi sgomberare a suon di cannonate”.

Secondo Renzo De Felice, invece, D’Annunzio e Mussolini vissero ”moralmente e politicamente in due modi assolutamente diversi, contrastanti addirittura”.

Gabriele D’Annunzio in una immagine provocatoria

Il vero antesignano dell’estremismo era il Vate, che poi, nei fatti sarà isolato dal fascismo e che da uomo che mostrava anche tratti di avidità e una certa tendenza a farsi corrompere, venne profumatamente pagato perché si mettesse da parte e se ne stesse buono.
Se molti storici sono ancora inclini a vedere nell’avventura di Fiume la sostanziale inoffensività e impoliticità di D’Annunzio, i documenti, i ricordi dei contemporanei e i giudizi di molti osservatori dei fatti testimoniano ben altro.

Fu infatti il capo del fascismo a capire che aria tirava e a portare alle estreme conseguenze le idee, le parole e le provocazioni dei dannunziani.
Ma saggiamente, però, nel Ventennio egli ebbe il coraggio di mettere presto da parte D’Annunzio: due galli nello stesso pollaio si sarebbero ammazzati. Mussolini, che non voleva correre rischi con le “pensate” del Vate, preferì chiuderlo, a spese dello Stato, nello sfarzo del Vittoriale!

Veduta aerea del Vittoriale

Secondo i documenti riportati da Villari, l’impresa fiumana nella sua prima fase sarebbe stata opera di congiurati che miravano ad un colpo di Stato reazionario per imporre una dittatura militare.
Tutto ruoterebbe intorno alla figura dell’industriale Oscar Sinigaglia: ma chi era costui davvero?
Era ebreo, volontario nella Grande Guerra, conflitto nel corso della qual si guadagnò ben tre medaglie al valore.
Fu acceso nazionalista e sostenitore della causa fiumana; negli anni ‘30 riorganizzò l’industria siderurgica italiana, ma alla fine fu estromesso dalla vita pubblica italiana a causa delle leggi razziali del ‘38.

Oscar Sinigaglia

Se consideriamo che nel 1908 egli si era distinto per l’assistenza alle vittime del terremoto di Messina e che dopo la seconda guerra mondiale si era prodigato molto per aiutare i profughi giuliani e dalmati, meritandosi nel 1952 il titolo di Cavaliere del Lavoro, ad opera della Presidenza della Repubblica Italiana, si può dire che si trattava davvero di un “soggetto eversivo” molto singolare!

I documenti prodotti da Villari potrebbero però far anche pensare solamente al fatto che con quella vicenda si mascherava solo un tentativo per sostituire Nitti con un altro premier, uno che avesse maggiori capacità nel sostenere le ragioni dell’Italia nel dopoguerra.
Un tale intento, se fosse stato messo in atto, avrebbe anche potuto portare ad un governo con a capo un militare, che avrebbe avuto il compito di aprire una fase nuova nel Paese, fase in cui gli interessi dei lavoratori e dei reduci fossero maggiormente considerati, soprattutto per i sacrifici sopportati e per le promesse che gli erano state rivolte durante il conflitto, e poi completamente rinnegate.
A precisare lo scopo reale di questo “intento rivoluzionario” potrebbe esserci un personaggio che identificare con la destra sarebbe una palese assurdità: Giulietti.
Capo del sindacato dei lavoratori del mare, Giulietti era tra i più accesi fautori di un nuovo governo che fosse

“risolutore della questione sociale, assicurante a ognuno il frutto della sua opera e il necessario per vivere a chi è non atto al lavoro, o ammalato o disoccupato”.

Ad avvalorare che quella della forza non fosse ritenuta la principale via, sarebbe il resoconto, esibito da Villari, di un dialogo tra Turati e Sinigaglia, che cercava la sua comprensione per evitare lo scontro tra i lavoratori del Partito Socialista e le masse delle destre.

Filippo Turati

Un colpo di Stato esige tempestività e segretezza e questi indispensabili requisiti mancarono del tutto all’impresa fiumana, e di ciò pare stupirsi lo stesso Villari, che però pare dimenticare il ruolo che ebbe la Massoneria in quel frangente, sia con Treves che Torrigiani, prima nel promuovere la presa di Fiume, poi nel frenarne la portata.
Era quello un ruolo per altro confermato da uno storico della Massoneria, Aldo Mola, in un suo recente articolo.

Lucio Villari, a mio avviso, ha insistito troppo con i luoghi comuni sui clichés del caos fiumano, che avrebbe visto ostile la popolazione di quella città, anche se a smentire ciò, già da allora, c’erano le dichiarazioni di molti personaggi esteri e persino i resoconti della stampa internazionale.

Da una intervista ad un architetto americano, infatti, presente a Fiume nel periodo iniziale dell’impresa, intervista dell’otto ottobre del 1919, si apprendeva:

“Io dirò ai miei connazionali che se voi siete, o meglio, se voi potete sembrare rivoluzionari, lo siete come perfetti uomini d’ordine. Io ero stato qui nell’aprile e nell’agosto di questo anno. Fiume durante l’occupazione interalleata sembrava in istato d’assedio: c’era una folla in disordine, la città era sudicia e ogni cosa aveva un indefinibile carattere di provvisorietà. Ora tutto è regolato e pacifico e nulla è in balia del caso, che per solito contrassegna i periodi di transizione”

Un’altra testimonianza significativa fu quella di un giornalista inglese durante il periodo del Natale del 1920, quando sostiene che, piuttosto che contestare D’Annunzio e i legionari, la popolazione fiumana si strinse intorno a loro.

Riproduzione dello stemma della Reggenza Italiana del Carnaro 1919-20.
Lo stemma nasce da un bozzetto di Gabriele D’Annunzio ma disegnato e perfezionato da Adolfo De Carolis, esso rappresenta un serpente d’oro squamato che fa cerchio mordendosi la coda. Dentro il cerchio del serpente le sette stelle dell’Orsa Maggiore. Nel cartiglio compare la scritta: “Quis contra nos? “Chi sarà contro di noi?”

Ecco cosa riferiva il corrispondente del Times E. M. Amphlett, il 29 dicembre 1920, nonostante la stampa inglese non fosse proprio “amica” dei legionari fiumani:

“Ho letto con molta sorpresa sulla “Vedetta” di stamane che nei comunicati ufficiosi del governo italiano sugli avvenimenti di questi giorni la situazione è presentata in un modo estremamente contrario al vero, perché vi si afferma che la popolazione civile di Fiume si è ribellata due volte contro Gabriele d’Annunzio e che la sommossa è stata soffocata nel sangue. Una simile affermazione è falsa.

E’ evidente che una tale relazione dei fatti è stata manipolata negli ambienti ufficiali, e ciò è molto male. Non v’è fondamento alcuno su quanto è stato scritto in tale relazione. Io sono addolorato della condotta delle autorità governative; al contrario, nella qualità di inviato straordinario del mio giornale, esprimo la mia incommensurabile ammirazione per la calma e la forza di animo dimostrati dai fiumani in questi giorni e per le dure prove sopportate da ciascuno per la causa di Fiume col più grande fervore ideale”.

Evidentemente nella sua ricerca di “documenti inediti”, Villari ha forse trascurato un po’ quelli che esistevano già da cento anni, screditando un periodo che gli storici ormai a larga maggioranza, non solo in Italia ma anche all’estero, riconoscono ricco di minacce che si sostanziarono poi nel futuro immediato, ma anche di fermenti innovativi e democratici.

Come sempre la Storia si prende del tempo per elaborare le sue risposte.

Fine

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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