Joy Division di Ian Curtis: la poetica del malessere – Parte 1 –

Ian Curtis scelse come nome del gruppo “Joy Division” ispirandosi al romanzo del 1955 “La casa delle bambole” di Ka-Tzetnik 135633.
Quel termine designava, nei lager nazisti, le donne prigioniere destinate all’intrattenimento sessuale di soldati tedeschi e dei prigionieri collaborazionisti.

Ka-Tzetnik 135633, fu lo pseudonimo utilizzato dallo scrittore ebreo polacco, poi naturalizzato israeliano, Yehiel Feiner.
KZ sono le iniziali di Konzentration Zenter.
Ogni prigioniero di un KZ aveva un numero personale di matricola tatuato sul braccio sinistro.

Alla Casa delle bambole seguirono altri libri e non mancarono le critiche riguardo alla crudezza delle sue opere e ad un certo indulgere su aspetti quali la prostituzione e gli abusi sui bambini.
Lo scrittore non apparve mai in pubblico sino al 1961, quando fu uno dei testimone chiave al processo Eichmann.
In quella circostanza, ricordando le vittime dell’Olocausto, svenne.

Il gruppo dei Joy Division, formatosi nel 1976 chiamandosi in un primo tempo Stiff Kittens, modificò il proprio nome in Warsaw nei mesi successivi all’ingresso di Curtis, il quale, nel 1978, propose di modificare nuovamente il nome della band, anche per evitare confusione con il gruppo londinese dei Warsaw Pakt.
Si decise dunque che il nuovo nome del gruppo sarebbe stato Joy Division.

Abitata da una comunità proletaria disgregata da un piano urbanistico scellerato, che aveva abbattuto le case vittoriane e relegato interi quartieri in cupi palazzi di edilizia popolare, Manchester, l’ex capitale dell’industria tessile inglese, in quegkli anni assomigliava piuttosto a un cimitero a cielo aperto.
Era una città la cui inesorabile decadenza avrebbe funzionato da teatro ideale per l’avvento del punk.

Il 4 giugno 1976 fu la prima volta in cui i Sex Pistols si esibirono alla Lesser Free Trade Hall. Il 20 luglio tornarono sul luogo del misfatto.
Questa volta ad attenderli c’era già l’embrione della futura scena rock di Manchester.
Fra i presenti c’erano anche Ian Curtis e sua moglie Debbie.

Ian Curtis e Deborah “Debbie” Woodruff

Ian Kevin Curtis era nato nel 1956 in una famiglia della working class di Manchester.
A scuola era stato piuttosto brillante, ma sin da giovanissimo aveva mostrato poco interesse a proseguire gli studi, avendo piuttosto l’ambizione di trovare un lavoro nella musica.
Il suo amore per il rock si era manifestato da tempo grazie ad artisti come i Velvet underground, Iggy Pop e David Bowie. Il suo background musicale tuttavia si era ampliato parecchio da quando si era impiegato come commesso presso Rare Records, un negozio di dischi situato nel centrocittà.

Interno del “Rare Records”

L’incontro con la futura moglie Deborah Woodruff avvenne ai tempi della scuola.
Il primo appuntamento se lo diedero nel ’72 a un concerto di Bowie, poi nell’aprile del ’74, ad un party a casa di lei fu annunciato il fidanzamento, seguito un anno più tardi dal loro matrimonio.
Con quella mossa i due assecondarono il desiderio di indipendenza tipico dei giovani, il che per loro significò doversi trasferire per un po’ dai nonni di Ian per poi spostarsi nel sobborgo operaio di Chadderton, dove per pagare il mutuo, la coppia fu costretta a portare avanti lavori odiosi.

Nella seconda parte del ’76, intanto, la scena rock di Manchester era diventata già un’importante realtà. Da dicembre, l’Electric Circus (un’ex sala da bingo situata nella fatiscente area di Collyhurst, a nord della città) era diventato l’occhio del ciclone del fenomeno.

Bernard Sumner, (chitarra e tastiere); Peter Hook (basso) e Terry Mason (batteria), avevano intanto formato una band che si esercitava a casa della nonna del primo, finché una sera i tre non conobbero Ian Curtis.

Fin dal primo momento fu chiaro a tutti che quel tipo aveva le doti indispensabili per permettere al gruppo di fare il proprio ingresso nella scena musicale british.

Il nome provvisorio della band, Warsaw, giunse da uno dei brani di “Low” il loro album preferito di Bowie.
Fu così che il 29 maggio 1977, il gruppo fece la sua prima apparizione all’Electric Circus.
Fu un concerto per pochi, seguito con una certa curiosità da un pugno di giornalisti musicali come Ian Wood di Sounds e Paul Morley del NME.

Fu in quello stesso periodo che Ian Curtis ottenne un impiego come assistente sociale a Macclesfield ed iniziò a lavorare nell’ufficio che si occupava dell’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro.
Per la prima volta si trovò a fare i conti con la terribile condizione dei malati di epilessia.
Il destino lo stava mettendo d’innanzi a quella che a breve sarebbe stata la sua stessa situazione e che sarebbe sempre peggiorata.

Alla fine del ’77 la reputazione dei Warsaw stava crescendo e il gruppo affittò i Pennine Sound Studios di Oldham, per le prime sedute di registrazione della propria storia.

I Warsaw fotografati all’Electric Circus, a Manchester il 29 Maggio del 1977 in supporto ai Buzzcocks e i Penetration.
© Photo: Kevin Cimmunis

Le cinque canzoni prodotte in quell’occasione avevano ancora un sound dominato da corposi giri di basso, ma non avevano più nulla a che fare con il punk.
Caratterizzata dal canto baritonale di Curtis, la musica dei Warsaw era ricca di chorus memorabili che avrebbero assicurato all’incisione l’unanime approvazione della stampa musicale.
I testi di Ian Curtis, in particolare, erano già molto più profondi rispetto ad una certa retorica rock.

A far compiere alla band un ulteriore passo verso un sound sempre aggressivo, ma di precisione glaciale, fu l’ingresso in formazione di Stephen Morris, un batterista la cui tecnica e versatilità fecero acquistare più dinamismo alla band.

Ian all’epoca stava leggendo il libro “La casa delle bambole” di Ka-tzetnik 135633.
In quel romanzo, basato su vicende accadute alla sorella diciassettenne, si faceva menzione dei bordelli presenti nei lager, in cui le prigioniere venivano sterilizzate e usate come schiave sessuali dagli ufficiali nazisti.

Ian Curtis

Quella di Ian Curtis per la Germania era una vera e propria ossessione:

Tutto quello che aveva qualche relazione con quel paese per lui era fonte di interesse. Quando andai in Germania per la prima volta lui volle sapere tutto a riguardo perché non ci era mai stato. Era interessato anche al Terzo Reich ma non vorrei che si pensasse che nutrisse simpatie fasciste perché non era affatto così”.

Per spiegare questa attrazione bisogna rifarsi al magnetismo dell’aura berlinese che circondava artisti come Bowie, Iggy Pop e Lou Reed, ma anche all’interesse di Ian Curtis per le zone oscure della psiche umana, che si rifletteva nella curiosità per la psicologia di massa delle dittature, oltre che nell’interesse per autori letterari come Kafka o London, nelle cui righe si leggeva il profondo senso di impotenza dell’individuo nei confronti della società.
Secondo il critico Greil Marcus:

l’abitudine dei punk di incorporare nel proprio look simboli controversi come la svastica era, a un livello istintivamente ribellistico, un modo di schierarsi contro il conformismo dei padri e l’Inghilterra contemporanea era una parodia dello stato assistenziale del fascismo, in cui nessuno aveva la possibilità di farsi la propria vita e dove, ancora peggio, nessuno la desiderava”.

La prima apparizione del gruppo col nuovo nome di Joy Division avvenne al Pips di Manchester nel ‘78, e fino ad allora non c’era ancora stata alcuna manifestazione di interesse da parte di eventuali etichette discografiche.

I Joy Division al Pips nel 1978

In quel momento della loro storia, lo stile dei Joy Division si stava velocemente evolvendo verso un sound più oscuro, con plumbei droni di basso e trame chitarristiche essenziali se non scheletriche.
Il senso della crisi imminente che vi si percepiva, umana ed esistenziale, era ben rappresentato dal canto di Curtis, che aveva abbandonato l’emotività del punk per un lamento alienato, scosso da improvvisi e violenti spasmi, quasi a simulare un crollo nervoso.
L’ansia di entrare in studio per registrare i nuovi brani portò la band a un frettoloso accordo con John Anderson e con il team della RCA.
Secondo il contratto che firmarono, i Joy Division avrebbero registrato il loro primo album negli studi Greendow/Arrow di Manchester, ma da subito però la convivenza in studio si rivelò più difficile del previsto e le idee sul target completamente divergenti.

La band era consapevole di non essere in grado di far valorizzare i propri pezzi migliori e perdeva di giorno in giorno interesse nel progetto; i discografici, dal canto loro, avevano di fronte un gruppo demotivato. Alla fine il disco non vide mai la luce se non come bootleg nel 1994.

Le notizie migliori arrivarono da Tony Wilson che nei confronti dei Joy Division aveva qualcosa di più di una semplice infatuazione.
La band fu una delle prime a essere chiamate a suonare per la “Factory” quando ancora quel nome identificava solo le serate che lui e Alan Erasmus avevano iniziato a organizzare presso il Russell Club di Hulme.
Sin dagli esordi il progetto Factory venne gestito da Tony Wilson con spirito provocatorio: tutto quello che ruotava intorno alla Factory era al tempo stesso un prodotto e un’opera d’arte.
Analogamente sui generis era il modo in cui venivano gestiti i rapporti con le band.
A regolarli non esisteva neppure un vero contratto e Wilson era categorico sul fatto che gli utili sarebbero stati divisi col principio del 50 e 50 e che gli artisti erano liberi di lasciare l’etichetta in qualsiasi momento.

Secondo Paul Morley fu quella la volta che “i Joy Division divennero davvero i Joy Division”.
Fu un vero e proprio assalto dei sensi per lo sparuto pubblico presente che a un certo punto vide Curtis proiettarsi giù dal palco come se la musica lo stesse sollevando e lui fosse trascinato dalla sua potenza.

C’era un’espressione nei suoi occhi che non avevo mai visto fuori dal palcoscenico. Quello sguardo suggeriva che sarebbe potuto diventare violento se non avessimo lasciato suonare la sua band. C’era qualcosa che lo stava trasportando chissà dove”. 

Era profondamente coinvolto nella magnifica furia della sua esibizione.
Sbandava in mezzo al pubblico sparpagliato, senza temere di venirci addosso.

[…] Noi restavamo, non avevamo il coraggio di guardarlo negli occhi anche se sapevamo bene chi era”.

Il murales, col volto di Ian Curtis, sul muro di una casa a Manchester

Continua…

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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