L’affare Nazino: la filiale dell’Inferno

La Russia è un Paese con una superficie che si estende tra Europa ed Asia. E’ la più vasta Nazione del mondo.
Oltre la metà del suo territorio è disabitata. Confina con molti Stati, alcuni dei quali hanno nomi sconosciuti ai più e numerosi sono i territori inospitali che la compongono. Il vento soffia in queste terre per molti mesi, rendendo ancora più freddo quell’inferno bianco.

Proprio in questi luoghi, nel 1933 ha avuto luogo un funesto “esperimento sociale di sopravvivenza”, così era stato definito dalle autorità sovietiche del tempo.

Il governo era guidato da Iosif Vissarionovič Džugašvili, per molti un rivoluzionario di professione, per altri “un caso clinico di un sadismo non sessuale” (Fromm) e tutti lo conosciamo meglio come Stalin.

Iosif Vissarionovič Džugašvili, Stalin
Iosif Vissarionovič Džugašvili, Stalin

C’è una minuscola isola imprigionata dalle acque ghiacciate dei fiumi Ob e Nazina durante il lungo inverno siberiano, che nel maggio del 1933 si trasformò in un luogo atroce, dove morirono più di quattromila persone nel giro di tredici settimane. Morirono di una morte orribile, di stenti, di freddo, oppure uccisi come carne da macello dai loro stessi compagni. La storia dell’Isola di Nazino divenne nota però solo alla fine degli anni ’80, dopo la dissoluzione del regime comunista, quando gli archivi segreti dello stato sovietico furono resi disponibili a storici e studiosi.

La posizione di Nazino nella Russia
La posizione di Nazino nella Russia

Tra il 1932 e il 1933 l’Unione Sovietica si trovò ad affrontare una terribile carestia, a causa di due scelte fatte dal governo di Stalin.

La prima causa

fu la cosiddetta collettivizzazione forzata, iniziata con un’imponente campagna di trasferimenti di massa tra 1929 e il 1933. I contadini sovietici ricevevano un certo tipo di dividendo alimentare solo dopo che fossero stati inviati allo Stato i beni, che però dovevano essere prodotti obbligatoriamente entro le quote stabilite e queste erano spesso calcolate fuori da ogni realtà.
Esteso a tutta l’Unione Sovietica il programma di collettivizzazione diede origine ad un esodo di dimensioni bibliche: in soli due anni 10 milioni di persone lasciarono le campagne per spostarsi nelle zone urbane, dove intanto il regime aveva introdotto le tessere per il cibo. Messo in crisi dall’enorme numero di profughi affluito nelle città, il sistema di approvvigionamento alimentare andò ben presto in crisi. Per limitare e controllare l’enorme flusso di “stranieri” si rese obbligatorio un passaporto interno destinato alla popolazione urbana. In meno di un anno questo documento venne distribuito a 27 milioni di cittadini; a chi non poteva dimostrare di averne diritto venivano dati dieci giorni per tornare nella propria regione, dopo di che veniva spedito in Siberia o in Kazakistan. Tra il marzo e l’aprile del ’33 vennero respinte 70 mila richieste e tra marzo e luglio nella sola Mosca vennero arrestati e deportati 85.937 individui.

Chi si nascondeva, coloro che il partito definiva “parassiti che ostacolano la costruzione del comunismo”, doveva fare i conti le milizie speciali istituite per ripulire le città. Composte da agenti che avevano l’ordine di arrestare chiunque avesse un’aria sospetta, le milizie avevano un numero stabilito di arresti da eseguire, una quota giornaliera nella quale poteva ricadere chiunque.

Bambini durante la carestia del 1932
Bambini durante la carestia del 1932

La seconda causa

Già nel 1927 Stalin, in occasione di una crisi agricola, decise di reintrodurre la requisizione di cereali tipica del comunismo di guerra, ed iniziò una dura campagna denigratoria contro i kulaki, che erano ex contadini divenuti piccoli proprietari di appezzamenti, magari in possesso di qualche macchinario, e in grado di prendere a giornata qualche bracciante.
Le loro terre, confiscate, entrarono nel meccanismo della collettivizzazione forzata. Vennero unificate in cooperative agricole chiamate Kolchoz o in aziende di stato, chiamate Sovchoz, che avevano l’obbligo di consegnare i prodotti al prezzo fissato dallo stato.

L’opposizione di contadini e kulaki non tardò arrivare, ma fu vana: nascosero le derrate alimentari, macellarono il bestiame senza autorizzazione del governo e in alcuni casi scesero in campo con le armi.
La repressione dello stato fu spietata, fucilazioni e deportazioni di massa.

Manifestazione di protesta di contadini russi
Manifestazione di protesta di contadini russi

Nel febbraio del 1933, Genrich Grigor’evič Jagoda, capo della polizia segreta sovietica, e Matvei Berman, responsabile dei Gulag, presentarono a Stalin un progetto di “ricollocazione forzata”, che avrebbe coinvolto circa 2 milioni di persone. I territori prescelti per attuare il “favoloso progetto” furono Siberia e Kazakistan, per sfruttare quelle sterminate distese ancora incolte. I coloni avrebbero dato vita a nuove comunità che sarebbero state autosufficienti all’incirca in due anni, mandate al confino sotto la direzione della polizia sovietica deputata ai campi: la GulagGlavnoe upravlenie lagerej (Direzione generale dei lager).

Matvei Berman, il responsabile dei Gulag
Matvei Berman, il responsabile dei Gulag

Secondo i due strateghi, deportando un così elevato numero di persone nelle terre individuate, l’Unione Sovietica sarebbe riuscita a mettere in produzione in circa due anni, un milione di ettari di terre incolte, dando vita a comunità autosufficienti.

Il numero dei candidati alla deportazione era costituito da contadini, kulaki, criminali e soggetti urbani socialmente sgraditi.  La Russia, indebolita dalle frequenti carestie, si trovava, in quel momento però nell’incapacità di fornire un adeguato supporto logistico all’operazione. Nonostante questo, Stalin diede il via libera al progetto.

Ma chi erano le persone che dovevano trasformare in realtà il “grandioso progetto”?

Ovviamente contadini e kulaki, ma anche oppositori politici, criminali comuni, e migliaia di persone sgradite, “elementi declassati” come prostitute, alcolisti e senzatetto che vivevano in città senza il necessario “passaporto interno”.
Solo a fine maggio del 1933, Stalin decise di lasciar perdere il “grandioso progetto”, ma era troppo tardi: migliaia di persone erano ormai già state deportate in Siberia. Infatti già il 1° maggio 1933, durante il programma di pulizia delle città dagli “elementi socialmente pericolosi”, migliaia di “indesiderati” furono arrestati a Mosca e Leningrado. Schedati e privati dei documenti, i prigionieri vennero deportati nel campo di transito per coloni speciali di Tomsk, in Siberia.

Un gruppo di coloni condannati ai lavori forzati.
Un gruppo di coloni condannati ai lavori forzati.

In quei primi mesi del ’33, il campo di Tomsk era praticamente al collasso: ospitava 25.000 prigionieri invece dei 15.000 previsti, perché le destinazioni finali, più a nord, erano irraggiungibili fino a quando il ghiaccio non si fosse sciolto.
Poi, il 10 maggio arrivarono altre 6.000 persone, che durante il viaggio avevano avuto a disposizione, come razione giornaliera, solo 300 grammi di pane ciascuno. Ma non tutti erano riusciti a mangiare quel misero pasto, perché i più forti e prepotenti rubavano cibo e vestiti agli altri disgraziati.

Al campo di lavoro di Tomsk non c’erano né razioni alimentari per i nuovi arrivati, né abiti adatti a un clima così freddo.

Così il 14 maggio, seimila persone furono imbarcate su delle chiatte, con destinazione l’Isola di Nazino.
Non disponevano di nessun tipo di attrezzatura, e non avevano altri vestiti se non quelli con i quali erano arrivati.
I prescelti erano per lo più criminali, allontanati dal resto del gruppo per alleggerire il clima al campo di raccolta, oppure cittadini indesiderati delle metropoli russe. Intanto, la razione di pane era scesa a 200 grammi giornalieri a testa.
A sorvegliare il folto gruppo vi erano due comandanti e cinquanta guardie inesperte, anche loro inadeguatamente attrezzate per fronteggiare il freddo pungente.

L’isola di Nazino è una striscia di terra lunga 3 chilometri e larga 600 metri nel punto più ampio, un inferno in terra. Il viaggio terminò il 18 maggio. Arrivarono 322 donne e 4556 uomini. Pochi di quelli che sbarcarono lo fecero con le loro gambe, perché erano troppo deboli. Quando arrivarono sull’isola i deportati, 27 dei quali erano già cadaveri, erano stremati e più di 250 morirono nel corso della prima notte.

L'isola di Nazino
L’isola di Nazino

Sin dalle prime ore i criminali incalliti iniziarono a perseguitare gli altri prigionieri, derubandoli di quel poco che avevano o uccidendoli per strappargli via i denti d’oro, “bottino” che avrebbero poi scambiato con i carcerieri per qualche grammo di tabacco. Il poco cibo distribuito non bastava a sfamare neanche un terzo dei deportati e quelli politici erano i più vulnerabili.

Molti morirono a causa delle violenze delle guardie, che credevano di poter decidere della vita di chiunque: l’ordine era quello di sparare senza preavviso a chi avesse tentato la fuga o ne fosse sospettato, ma tra gli ufficiali c’era chi si divertiva a mandarli tra le acque gelide dell’Ob a recuperare le anatre abbattute.

Il 21 maggio, i tre ufficiali medici presenti sul posto, accertarono 70 nuovi decessi e riscontrarono i primi cinque casi di cannibalismo. La distribuzione delle venti tonnellate di farina mandate con le chiatte, senza nessuno strumento per cucinare, iniziò solo quattro giorni dopo lo sbarco e provocò numerose risse tra i reclusi.
Intervennero le guardie in maniera sommaria per sedare gli scontri, aprirono il fuoco a caso sulla folla, colpendo nel mucchio impazzito.

Il giorno successivo si ritentò la distribuzione, ma ancora una volta scoppiarono risse sedate anche stavolta a fucilate. Per evitare ulteriori problemi, i guardiani divisero in squadre da 150 unità tutti i superstiti, con a capo un brigadiere che aveva il compito di prendere in consegna la razione per tutto il suo gruppo, e che spesso approfittava della propria posizione di privilegio. I deportati erano costretti a impastare la farina con l’acqua del fiume, mangiandola così, a crudo. Si sviluppò subito un’epidemia di dissenteria, ma nonostante le malattie e la mancanza di cibo, il 27 maggio furono mandati sull’isola altri 1200 prigionieri ma non altri generi alimentari.

Immagine di disperazione a Nazino
Immagine di disperazione a Nazino

Dopo pochi giorni furono trovati nei cadaveri nuovi segni di cannibalismo, ma la situazione continuava a peggiorare.

L’isola si era ormai trasformata in una bolgia infernale, dove le persone venivano uccise per la loro razione di cibo. Le guardie vessavano i più deboli, ma nulla facevano contro le bande dei più violenti che, già verso la fine del mese, uccidevano persone al solo scopo di mangiarle.

Alcuni dei deportati tentarono di fuggire dall’isola con delle zattere ma molte di queste affondarono ed i corpi degli affogati vennero ributtati dalle acque sull’isola. Per parte loro, le guardie diedero la caccia ad ogni sospetto fuggiasco con foga venatoria. I pochi che riuscirono a fuggire vennero comunque dati per morti: le proibitive condizioni di vita nella taiga, la foresta boreale, e la totale mancanza di insediamenti umani fuori Tomsk furono ritenute giustificazioni sufficienti.

All’inizio di giugno, a Nazino erano rimaste vive 2856 persone, che furono trasferite in altri campi di lavoro, ma molti di loro morirono durante il viaggio.

Nell’arco di tredici settimane, dei circa 6000 coloni trasferiti a Nazino, 2000 erano scomparsi (presumibilmente deceduti), altri tra i 1500 e i 2000 erano morti di fame, malattia, o uccisi deliberatamente.
Nel mese di giugno vennero accertati altri casi di cannibalismo e furono arrestate 50 persone.
I cadaveri venivano accatastai in cumuli tenuti sotto il controllo costante di soldati per scongiurare altri casi di antropofagia.

Un accampamento a Nazino
Un accampamento a Nazino

Il primo a far luce su quel frammento d’inferno, conosciuto come “Affare Nazino”, fu un giovane dirigente del partito comunista sovietico, Vassili Arsenievich Velichko, responsabile di un piccolo giornale locale che nell’agosto del 1933, dopo aver raccolto le prove dell’atroce fatto, ebbe il coraggio di denunciare l’accaduto alle autorità superiori. Alla commissione di inchiesta istituita il mese dopo Velichko dichiarò:

Ho condotto di mia iniziativa un’inchiesta sugli insediamenti nel distretto di Alessandroski, ne ho visitati cinque situati lungo il fiume e tra questi c’era quello sull’isola di Nazino. Non ho scritto un articolo di propaganda, ma una lunga relazione che poi ho mandato sia ai miei superiori che a Stalin in persona. Ho descritto tutto quello che è successo, dall’arrivo dei deportati all’evacuazione d’emergenza e ho analizzato gli eventi che hanno portato a quello scempio”.

Questi tragici numeri risultavano pure nel rapporto inviato a Mosca, nel mese di agosto, dal capo del Partito Comunista del distretto, che portò alla fine a condanne per i funzionari locali e per molte guardie che avevano prestato servizio sull’isola.
Poi tutto cadde nell’oblio: il rapporto fu archiviato e secretato; col tempo solo pochi sopravvissuti e qualche funzionario ricordavano gli orrori dell’Isola. Finché, nel 1988, grazie alla glasnost, molti segreti dell’Unione Sovietica furono svelati, ma il rapporto su Nazino fu pubblicato solo nel 2002!

Agghiacciante era il racconto di un testimone oculare, un membro della popolazione nativa siberiana Ostiak:

“Stavano cercando di scappare”.

Ci hanno chiesto:
“Dov’è la ferrovia?” Non avevamo mai visto una ferrovia.
Hanno chiesto:
“Dov’è Mosca?” Stavano chiedendo alle persone sbagliate: non avevamo mai sentito parlare di quei posti.
Noi siamo Ostiak.
La gente stava scappando dalla fame.
Hanno ricevuto una manciata di farina, l’hanno mischiata con l’acqua sporca e se la sono mangiata (….)
Le persone morivano ovunque; si stavano uccidendo a vicenda…
Sull’isola c’era una guardia di nome Kostia Venikov, un giovane. Si era innamorato di una ragazza che era stata mandata lì e la corteggiava. Lui la proteggeva. Un giorno dovette andare via per un po’ e disse a uno dei suoi compagni: “Abbi cura di lei”, ma con tutte quelle persone lì, il compagno non poteva fare molto…
La gente catturò la ragazza, la legò a un albero di pioppo, le tagliò i seni, i muscoli, tutto quello che potevano mangiare, tutto, tutto… Erano affamati, dovevano mangiare.
Quando Kostia tornò, era ancora viva, cercò di salvarla, ma aveva perso troppo sangue.
Cose così erano all’ordine del giorno. Per tutta l’isola si vedeva carne avvolta negli stracci, carne umana tagliata e appesa agli alberi”.

resti umani
Resti umani a Nazino

Come detto, le fasi dell’intera operazione vennero rese note all’estero dopo la fine del regime sovietico e l’apertura degli archivi governativi degli anni ’90. Il materiale storico reperito da studiosi e storici fu poi usato per capire meglio l’esperimento e i suoi effetti. Nicolas Werth usò i documenti per scrivere “L’isola dei cannibali”, un libro-inchiesta incentrato sia sull’affare Nazino che su altri simili esperimenti attuati dal governo sovietico nel corso degli anni.

Oggi, l’Isola di Nazino è conosciuta in Russia come l’Isola della morte: un lembo di terra sperduto trasformato in una succursale dell’inferno in terra.

croci nella neve

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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