Marina Raskova e le “Streghe della notte”

Le streghe della notte
(in russo Ночные Ведьмы, pronuncia Nočnye Ved’my)

Streghe della notte, così le chiamavano gli altri aviatori, quelli tedeschi, erano creature del buio, solo per loro la tenebra aveva colori…”

Marina Raskova, morta il 4 gennaio 1943 in volo, è stata una pilota sovietica, quella che maggiormente ha colpito l’immaginario collettivo mondiale del dopoguerra, e questo soprattutto perché noi occidentali non siamo stati abituati per molto tempo a concepire delle donne-soldato, delle unità combattenti femminili, mentre in Unione Sovietica, come oggi in Israele era ed è ancora prassi comunemente accettata.
L’unità di addestramento delle aviatrici sovietiche fu costituita tre mesi dopo l’invasione tedesca.

Marina Raskova

La Raskova, che, nell’agosto 1935 aveva partecipato alla prima trasvolata “femminile”, da Leningrado a Mosca, il giorno dopo l’inizio della Operazione Barbarossa cominciò a ricevere lettere dalle giovani aviatrici russe che chiedevano di essere impiegate in prima linea.
Come membro del Soviet Supremo, lei si recò presso le Autorità militari, perorando la causa delle mittenti, che avevano conseguito il brevetto di volo negli aeroclub, prima della guerra.
Le Autorità preposte erano favorevoli, ma il “via libera” doveva darlo Stalin, che, al contrario, aveva qualche riserva.
Tu capisci – avrebbe detto alla Raskova –, le future generazioni non ci perdonerebbero il sacrificio di tante giovani”.
La replica della donna fu: “Loro accorreranno al fronte ugualmente. Lo faranno da sole e sarà peggio se ruberanno gli aerei per andare a combattere”.
Proprio in quei giorni, alcune delle aviatrici respinte presero un aereo da caccia e volarono in prima linea. Senza permesso!
Subito dopo arrivò l’autorizzazione e fu stabilito che, dal 1° dicembre 1941, sarebbero state costituite tre unità femminili, e preparate per il volo da combattimento.

La Raskova programmò e organizzò il gruppo aereo, con l’inserimento delle donne-pilota, delle navigatrici di rotta e delle armiere, dando vita a tre reggimenti.
Iniziò così la storia delle eroiche ragazze-pilota dell’Unione Sovietica nella “Grande Guerra Patriottica”.
La loro è anche la storia di un biplano di legno e tela, il Polikarpov U-2 (Po-2), un monomotore biposto, a doppio comando, progettato, alla fine degli anni Venti del XX° secolo, da Nikolai N. Polikarpov, per l’addestramento e la ricognizione.

Il Polikarpov U-2 (Po-2) in volo

I tedeschi lo chiamavano “aereo da granturco”, perché prima della guerra era impiegato per spargere prodotti chimici in agricoltura. Nella sua spartana semplicità, era estremamente affidabile e volava in condizioni avverse, anche quando altri velivoli – tecnologicamente più avanzati – non riuscivano a decollare.
Era un apparecchio lento: la velocità massima era di 140 Km/h, inferiore alla velocità media dei Messerschmitt BF 109 della Luftwaffe, che quindi non potevano rallentare per inquadrare nel collimatore il biplano sovietico ed erano perciò costretti ad ampliare l’angolo di virata per colpire il nemico, permettendo così, nel contempo, alle aviatrici di dileguarsi nel buio!

Messerschmitt BF 109

A complicare le cose, però, il meccanismo di sgancio delle bombe, adattato per il contesto bellico, tendeva ad incepparsi, tanto che le aviatrici dovevano sporgersi fuori della carlinga e sganciare manualmente l’ordigno!
Il Polikarpov, grazie alla sua leggerezza, poteva planare anche con il motore al minimo dei giri, una caratteristica che le aviatrici del 588° reggimento sfruttarono al meglio, avvicinandosi all’obiettivo senza essere scoperte, per poi colpirlo con letale precisione.
Nonostante le bombe che trasportavano non fossero di grande potere distruttivo, i biplani sovietici, che portavano morte e scompiglio per poi sparire nel nulla, divennero un vero incubo per l’esercito e l’aviazione tedeschi.
Fu utilizzato quindi come bombardiere leggero, soprattutto per missioni notturne.
Per la sua leggerezza e maneggevolezza, poteva volare a bassa quota e tra i palazzi dei centri abitati.
I tedeschi erano convinti che dal Po-2 si potesse guardare attraverso i vetri delle finestre, per scoprire se fossero annidati cecchini nelle case.
Il battesimo del fuoco delle “streghe” avvenne in Ucraina, l’8 giugno 1942, sotto la guida di Evdokya Bershanskaya, una delle poche pilote militari dell’aeronautica sovietica allo scoppio della guerra.
Le aviatrici decollavano a intervalli regolari, anche per evitare collisioni in atterraggio, giungendo una alla volta sull’obiettivo, e dovendo poi sfuggire alla rete degli accecanti riflettori e della micidiale contraerea tedesca.
Le notti russe erano rigide e le carlinghe scoperte, ma, senza alcun timore, le donne pilota decollavano e “picchiavano duro”.
Molte avevano meno di vent’anni.

Le Streghe della notte

Nell’estate del 1942, nessuno poteva immaginare che a contrastare l’invasione nemica vi fossero delle studentesse e delle operaie patite del volo.
In principio, i piloti della Luftwaffe non se ne resero conto.
Quando le scoprirono, le soprannominarono “Streghe della notte” e fu un asso dell’aviazione tedesca sul fronte orientale, a ricordare che quella era un’espressione di rispetto per queste donne impavide.
Per comprendere il coraggio e il valore di queste “Streghe”, basti pensare che, durante le lunghe notti invernali, gli equipaggi non scendevano nemmeno per sgranchirsi un po’: restavano a bordo, pronte a decollare di nuovo, mentre i tecnici rifornivano e riarmavano i loro piccoli bombardieri.
Per incrementare il numero delle missioni, le pilote decisero di raggruppare i tecnici in modo che assistessero tutti insieme l’aereo che atterrava, chiunque lo pilotasse. In questo modo, diventava possibile rifornirlo e riarmarlo in soli cinque minuti. Fino ad allora, contando soltanto sul proprio armiere e sul proprio meccanico, non era stato possibile compiere più di un paio di missioni a notte.
I prezzi da pagare erano lo stress e l’insonnia cronici.

Abbiamo dormito dalle due alle quattro ore ogni giorno per tutti e quattro gli anni di durata della guerra”, ricordava Mariya Smirnova, eroina dell’Unione Sovietica, “c’era sempre il pericolo di cadere addormentate durante le missioni. Di solito ci accordavamo con il navigatore: una di noi dormiva all’andata e l’altra al ritorno”.

Al termine del conflitto, le missioni compiute furono più di 23.000, dal 1942 al 1945, dal Donetsk in Ucraina sino a Berlino, sempre in prima linea, lì dove c’era bisogno di loro e, al termine del conflitto, tutte le sopravvissute del reggimento avevano collezionato centinaia di missioni ciascuna.
Trentadue giovani donne-pilota perirono, e ben 23 delle Streghe Notturne furono insignite del prestigioso titolo di Eroe dell’Urss, e in breve il reggimento divenne il più decorato di tutta l’Unione Sovietica.

Un briefing prima di un’azione militare

Evdokya Bershanskaya ottenne il grado di Colonnello, unica donna decorata con l’Ordine di Suvorov, per le sue eccezionali doti di comandante, ma alla fine della guerra, però, non sfruttò la fama raggiunta per fare carriera: si ritirò a vita privata, sposando un suo collega.
Tornando ora alla storia di chi permise tutto questo, va ricordato che la Raskova era una moscovita, classe 1912, nata col nome di Marina Michajlovna Malinina, ed era, com’è ovvio, cresciuta nel culto della Rivoluzione d’Ottobre e della Grande Madre Russia, un sentimento, questo, risalente a ben prima dell’avvento dei soviet.
Ragazza poliedrica, appassionata di musica e di lingue, ed esperta di chimica, all’inizio degli anni Trenta sposò un ingegnere, Sergej Raskov.
A vent’anni fu assunta all’Accademia dell’Aviazione militare sovietica come tecnico di laboratorio, e in pochi anni divenne navigatrice e pilota aeronautico.
Era la sua strada: nel 1937, insieme con l’amica e collega Valentina Grizodubova, stabilì una serie di record di volo senza scalo, a bordo di un biposto, un Sukhoi Ant 37bis, col quale volò da Mosca fino alla costa del Pacifico.
Il Sukhoi l’aveva chiamato “Rodina”, Madrepatria, e per questo volo divenne popolarissima e insignita della medaglia di Eroe dell’Urss.

Da sin a destra: Polina Osipenko, Valentine Grizodubova e Marina Raskova, con il Tupolev “Sukhoi” ANT-37bis, Rodina

Quando, dopo lo scoppio della guerra, la Germania lanciò l’Operazione Barbarossa, ovvero l’invasione dell’ex alleato, la Raskova di rese conto che migliaia di donne volevano arruolarsi nell’aviazione, come molte altre avevano già fatto con la fanteria.
A detta di molti soldati tedeschi, le soldatesse sovietiche erano le più coraggiose e spietate.
Ma il comando centrale, come si è detto, era restio a questo tipo di operazioni e così Marina, forte della popolarità conseguita, andò da Stalin in persona e gli disse che o le davano gli aerei per difendere la Patria o lei se li sarebbe andati a prendere.
Così Stalin cedette e la Raskova poté selezionare mille donne, tra piloti, meccanici e personale logistico.
A quel punto, dopo un addestramento, furono formati tre reggimenti aerei, il più celebre dei quali, immortalato in libri, film, francobolli, era il 588° Bombardamento Notturno, che effettuava operazioni solo di notte.
Va ricordato che a quei tempi, e con quegli aerei, non c’erano radar, raggi infrarossi, visori notturni, e che le incursioni andavano condotte rigorosamente a vista.
Fu il capitano tedesco Johannes Steinhoff che, ammirandole, inventò per loro il nome che le avrebbe accompagnate per sempre: “Nachthexen”, Streghe della notte, come scrisse in un rapporto nel 1942:

I piloti sovietici che ci danno più problemi sono donne. Donne che non temono nulla! Vengono di notte a tormentarci con i loro obsoleti biplani e non ci fanno chiudere occhio per molte notti”.

La tattica era rischiosa: la Raskova e le sue compagne volavano a pochi metri dal suolo per non essere intercettate dagli Stukas tedeschi, oppure arrivavano da alta quota scendendo poi in picchiata col motore al minimo per non farsi sentire, o addirittura andavano in missione con soli tre velivoli, dei quali due distoglievano l’attenzione della contraerea e il terzo si abbassava e colpiva.
Ma i rischi per il primo equipaggio erano elevatissimi.
La lentezza dell’aereo, la sua completa assenza di blindatura, la quota di volo relativamente bassa per non compromettere la precisione del bombardamento, la luce violenta dei riflettori che accecavano le pilote al punto che non riuscivano più a capire se volavano dritte o rovesciate: tutte queste situazioni esponevano le Streghe a rischi mortali.
Il 4 gennaio 1943, a soli 30 anni, mentre con altre due compagne stava volando a Stalingrado, una tempesta di neve, le fece infrangere sulla sponda del fiume Volga.
Lei, la Raskova, cadde mentre tentava un atterraggio di fortuna.

I suoi resti furono inumati nelle mura del Cremlino, e a lei vennero dedicati monumenti, vie, giardini, scuole e persino una nave americana che venne varata in quello stesso anno.

Un francobollo sovietico commemorativo

Bibliografia:
Gian Piero Milanetti, Le streghe della notte: la storia non detta delle eroiche ragazze-pilota dell’Unione Sovietica nella grande guerra patriottica, Roma, IBN, 2011;
Henry Sakaida, Christa Hook, Heroines of the Soviet Union: 1941-45, Oxford, Osprey Publishing, 2003.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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