Sigismondo Malatesta e Isotta: una storia d’amore rinascimentale

Cosa mai non è stato scritto da cronisti e storici, da romanzieri e poeti, sulla vita di Sigismondo Malatesta, signore di Rimini e di Fano, condottiero tra i più forti ed astuti?
C’è chi, raccontandone, ne fa un volgare assassino, chi lo celebra come mecenate e capitano, chi lo definisce più belva che uomo, chi lo giustifica in base alle regole morali, politiche ed economiche del tempo in cui visse.
Sigismondo fu troppo temuto e invidiato in vita per poter essere adeguatamente giudicato post mortem.
Qualcosa ci nasconde ancora la sua vera anima, che, in effetti, denotava una singolare fusione di ciechi istinti e di raffinata intelligenza.


Gli elogi più attendibili che gli vennero fatti furono quelli degli avversari: perfino Pio II Piccolomini, che lo osteggiò in tutti i modi, che lo scomunicò, che lo dipinse come eretico e colpevole di “omicidio, stupro, adulterio, incesto, sacrilegio, spergiuro e di tanti altri turpissimi e atrocissimi misfatti”, ebbe a scrivere di lui queste parole:

Aveva un singolare acume, era dotato di una pari forza fisica; conosceva la storia nelle sue tradizioni e nei suoi avvenimenti; qualsiasi argomento s’accinse a trattare, sembrava nato per essi”.

Pinturicchio: Pio II giunge ad Ancona per dare inizio alla crociata (1502-1507); affresco, Libreria Piccolomini, Siena

Questo giudizio ci fa capire molte cose di Sigismondo: la sua ambizione, la sua audacia, il suo ingegno, il suo trasporto per l’arte, il suo amore per Isotta.
Quest’ultimo fu forse il più profondo sentimento che mise radici nel suo animo: Sigismondo si innamorò di Isotta, figlia di Francesco di Atto degli Atti, nobile di Sassoferrato che godeva a corte di uffici e dignità notevoli, quando lei era appena una fanciulla e lui aveva poco più di venti anni.
L’amore crebbe col passar del tempo e fu sempre corrisposto.

Isotta era intelligente, colta e graziosa e per lei il feroce “Lupo di Rimini” Sigismondo divenne perfino poeta:

“O vaga e dolce luce anima altera! Creatura gentile o viso degno
O lume chiaro angelico e benigno. In cui sola virtù mia mente spera.
Tu sei de mia salute alta e primiera anchora che mantien mio debol legno
Tu sei del viver mio fermo sostegno, Tortora pura candida e sincera.
Dinanzi a te l’erbetta e i fior s’inchina, Vaghi d’essere premi del dolce pede
E commossi del tuo ceruleo manto.
Il sol quando se leva la matina, Se vanagloria e poi quando te vede
sconficto e smorto se ne va con pianto

Come mai, defunte le mogli precedenti, prima Ginevra e poi Polissena (che mori di peste) nel 1449, gli sponsali con Isotta avvennero soltanto sette anni dopo?
Si rammenti che i matrimoni dei principi in quella epoca rispondevano sempre a una sola legge: a quella della politica. Orbene Ginevra era figlia di Nicolò III, marchese di Ferrara, e Polissena figlia del conte Francesco Sforza, capitano e gonfaloniere della Chiesa.
Due potenti signori con i quali il Malatesta aveva tutto l’interesse di andare d’accordo.
Ci sarebbe, casomai da aggiungere che oltre a queste mogli ufficiali, Sigismondo ebbe un grande numero di amanti, in parte sconosciute, salvo Vannetta de’ Toschi e Gentile di Giovanni, da cui ebbe uno stuolo di figli naturali.
Ma Isotta fu sempre la donna veramente amata, colei in cui si poteva cercare conforto, colei che fu consigliera prudente, colei che fu fedele nella buona e nella cattiva sorte.

Una medaglia raffigurante Isotta degli Atti

Ancora giovinetta era già abile a consolare il suo signore nei momenti di sconforto: medicava le ferite del suo orgoglio, riparava gli errori politici da lui commessi e lo stimolava nelle opere della cultura e dell’arte.
Divenuta finalmente moglie, verso il 1456, resse vigile e accorta lo Stato nelle assenze del marito, trattò con ambasciatori e diplomatici, vendette i suoi gioielli per sostenere lo sposo cacciato da Rimini.

Come madre sacrificò tutto perfino per i figli non suoi, ma avuti da Sigismondo.
Isotta, del resto, era stata cresciuta per essere moglie e non amante, così questo il conflitto rese tortuoso il percorso delle due anime affini: lei nella perenne ricerca di conferme, lui disposto a dimostrarle i propri sentimenti attraverso l’arte e la parola.
Inoltre, la vita e lo stesso ruolo del signore di Rimini erano ostacolati da intrighi, avidità, inganni e legami di sangue, ai quali si aggiungeva l’odio dei suoi due più acerrimi nemici: Federico da Montefeltro e papa Pio II, che usò perfino lo splendore umanista del Tempio Malatestiano per condannare il signore di Rimini, definendolo il tempio “poco cristiano e molto pagano”.

Federico da Montefeltro ritratto da Piero della Francesca

Se Isotta era quella che è stata descritta, e ci sono documenti storici a ribadirlo, non si vede perché si debbano reiterare le più lise dicerie contro colui che ella amava.
Che Sigismondo fosse uomo di pochi scrupoli, passi, ma che si debba necessariamente credere alla sola requisitoria ecclesiastica di Andrea Benzi resa a Giovanni Simonetta, segretario della corte sforzesca, e a Pio II, è operazione troppo facile e ingenua.
Si consiglia pertanto di leggere quanto scrisse in proposito il Soranzo che, dopo accurate ricerche d’archivio, ha potuto sfatare ogni eccessivo sospetto.

Piero della Francesca, ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta 1451ca.

Sigismondo, figlio illegittimo di Pandolfo III Malatesta e di Antonia da Barignano, nacque il 19 giugno 1417 a Brescia, città di cui il padre era Signore.
All’età di dieci anni, rimasto orfano del padre, venne a Rimini con i fratelli Galeotto Roberto e Domenico alla corte dello zio Carlo Malatesta; questi, senza eredi, accolse i tre nipoti sotto la sua protezione e ne ottenne dal papa la legittimazione. Nel 1429, alla morte di Carlo, ereditò la Signoria il primogenito Galeotto Roberto, che due anni dopo abbandonò la vita mondana per la tonsura, lasciando il potere al giovanissimo Sigismondo.
Nel 1433 egli fu fatto cavaliere dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo e nel 1434 sposò Ginevra, figlia di Niccolò d’Este.

Sigismondo, che aveva mostrato precoci attitudini militari, divenne uno dei più abili e valorosi capitani delle armi pontificie e fu nominato gonfaloniere della Santa Sede.
Nel 1437 ebbe inizio la costruzione di Castel Sismondo, nel 1440, morta la moglie Ginevra, il suo alleato Francesco Sforza offrì a Sigismondo la mano della figlia Polissena.
Nel 1447, per un ritardo nel pagamento degli stipendi, lasciò Alfonso d’Aragona, del quale era al soldo, per passare al servizio di Firenze.
I voltafaccia gli procurarono molti nemici, tanto che venne escluso dai benefici della pace di Lodi (1454).

Nel 1448 anche Polissena, la seconda moglie morì, così Sigismondo, che fin dal 1446 aveva una relazione con la giovane Isotta degli Atti, potè infine renderla pubblica.

Nel 1449 avevano avuto inizio i lavori di rifacimento dell’interno della chiesa di San Francesco, il futuro Tempio Malatestiano, e nel 1450 era stata affidata a Leon Battista Alberti la progettazione della parte esterna.
Gli anni successivi al 1450 costituirono il momento di maggior splendore della sua corte, che, da intelligente mecenate, circondò di artisti e intellettuali di fama: l’Alberti, appunto, inoltre Piero della Francesca, Agostino di Duccio, Basinio di Parma e numerosi altri.

Il Tempio Malatestiano di Rimini

Nel 1459 salì al soglio pontificio Pio II, decisamente ostile a Sigismondo, e che al congresso di Mantova gli impose umilianti condizioni circa le sue terre.
Ferito nell’orgoglio, il signore si ribellò al papa, che nel 1460 lo scomunicò, alleandosi con Federico da Montefeltro, nemico mortale del Malatesta.
Stritolato dalla coalizione, Sigismondo fu privato di tutti i suoi domini e conservò la sola città di Rimini.
Sarà proprio nel momento più difficile della vita di Sigismondo, abbandonato anche dai più fedeli alleati, che l’amore incondizionato di Isotta si rivelò salvifico e li portò a cambiare il destino delle loro vite.

Nel 1464 lui andò in Morea a combattere contro i Turchi.
Tornò in patria, ormai malato nel 1466, alla morte di Pio II.
Malconcio, Sigismondo trascorse gli ultimi suoi anni a Rimini tra progetti e tentativi di migliorare la sua posizione, ultimi soprassalti della sua ambizione ferita.
È del 23 aprile 1466 il suo testamento che istituiva eredi universali Isotta e il figlio Sallustio (s’intende dei suoi beni privati, perché della signoria non poteva disporre).
In un codicillo del 16 agosto 1468, rogato, come il testamento, in casa di Isotta, Sigismondo provvide a certi beni che aveva acquistato a Ragusa a favore degli altri due figli Lucrezia e Pandolfo, sostituendo loro, in caso che l’una o l’altro morissero senza eredi maschi, Isotta e Sallustio o l’uno di essi, e ad essi, in mancanza di eredi.

La fabbrica della chiesa di San Francesco fu l’ultimo pensiero di Sigismondo per il Tempio Malatestiano prima di andarsene.

Morì il 7 ottobre 1468 e fu sepolto nel Tempio Malatestiano, che le vicissitudini non gli avevano permesso di completare.

La tomba di Sigismondo nel Tempio Malatestiano

Isotta stessa assunse il governo della città con Sallustio, ma consapevole delle difficoltà, tentò un accordo con l’altro figlio naturale Roberto.
Questi, che in quel momento reggeva Pontecorvo per il papa, accorse a Roma, mostrò a Paolo II la lettera di Isotta e lo persuase a mandarlo a Rimini per recuperare la città alla Chiesa.
In realtà ingannò sia Isotta che il papa e l’anno seguente, il 30 agosto del 1469, sconfisse clamorosamente l’esercito della Chiesa presso Rimini, liberandosi, subito dopo, di Sallustio, che fece uccidere in una imboscata.

Roberto, a poco a poco, esautorò del tutto la matrigna, così Isotta visse gli ultimi anni dopo la morte di Sigismondo occupandosi con accortezza di affari patrimoniali, curando nobilmente gli interessi dei nipoti della famiglia Atti, tra la cura della corte e opere di pietà e di beneficenza.

Che i suoi costumi fossero irreprensibili, in un ambiente familiare corrotto, risultava dalle deposizioni di testimoni contemporanei raccolte in un processo del 1513.
Sappiamo che Isotta morì il 9 luglio 1474 e fu sepolta “cum summa pompa” nella sua tomba in San Francesco.
L’estremo effimero onore concludeva il tramonto oscuro e doloroso della donna, ancor giovane, che vent’anni prima aveva conosciuto lo splendore di una straordinaria avventura che merita di essere conosciuta più in dettaglio.

Isotta

Isotta era figlia di Francesco di Atto degli Atti, agiato mercante di lane e cambiatore, e più tardi anche funzionario malatestiano, appartenente a un ramo della nobile famiglia di Sassoferrato, che si era stabilito a Rimini al principio del secolo. XIV, e della sua seconda moglie Isotta di ser Antonio da Meldola, ufficiale del Comune di Rimini.
Alla bambina, nata più o meno tra gli ultimi mesi del 1432 e l’inizio del 1433, fu imposto il nome della madre, morta nel darla alla luce.
Tra i primi ricordi della sua fanciullezza viene menzionata la partenza di Sigismondo per la guerra che l’esercito di Niccolò Piccinino conduceva nell’estate del 1443 nella Marca contro Francesco Sforza.
La giovane che allora era appena conosciuta al giovane principe, fu ben presto notata da lui che dimorava nel palazzo malatestiano detto del Cimiero, dirimpetto alla casa degli Atti in contrada San Tomaso.
Il giovane signore, nato nel 1417, era allora al suo secondo matrimonio di Stato, avendo sposato nel 1441 Polissena di Francesco Sforza.
Ma la fiamma che lo travolse già nel 1446, era destinata ad avere ben altra durata e importanza per tutto il resto della sua vita, e notevoli riflessi anche sulla sua vita pubblica, sull’arte e sulla cultura della sua piccola corte e della città che era il centro della sua signoria.

Isotta, non solo per la bellezza e la grazia, ma anche per le doti di cultura e intelligenza, di abilità e di carattere, riuscì ad avvincerlo in quegli anni per poi far stornare altri matrimoni politici, fino a divenire, con le nozze, signora di Rimini e infine sua erede nella signoria.
È del 1445 la prima attestazione dell’amore di Sigismondo per la fanciulla, perché un manoscritto gli attribuisce, in quell’anno una canzone d’amore per Isotta.

Ma l’insistenza con la quale la data 1446 ritornò nelle medaglie e nella tomba di Isotta, cioè su monumenti sicuramente posteriori di qualche anno, e che fu scelta da Sigismondo persino per l’epigrafe celebrativa della ricostruzione del Castello, è stata interpretata come un’allusione alla sua relazione amorosa.

Ce ne dà la conferma più esplicita la nascita del primo figlio Giovanni, che morì in fasce il 22 maggio 1447 e fu sepolto solennemente nella chiesa di San Francesco, che diverrà il Tempio Malatestiano, e sepolto, si noti, nell’arca stessa del signore di Rimini Carlo Malatesta, lo zio di Sigismondo.

Non sì può escludere l’ipotesi che questo “atto pio” avesse l’intendimento di coprire o attenuare lo scandalo della relazione ormai pubblica, e anche di soddisfare nell’animo di lei sinceri sentimenti di pietà e forse anche di turbamento, accentuati dalla morte del loro bambino, e coesistenti col pensiero persistente della giovane Isotta, che la morte del piccolo fosse una punizione divina.

Il 12 febbraio 1448 Sigismondo creò cavaliere Antonio degli Atti, fratello di Isotta, nella corte di Castel Sismondo, la rocca di Rimini, ampliata da Sigismondo, alla presenza di molti personaggi e di splendidi doni al nuovo cavaliere. Isotta, in una sua elegia rivolta al padre, giustificava il proprio comportamento con la irrefrenabile potenza dell’amore, ma bisognerà attendere quasi dieci anni prima che Sigismondo possa ufficialmente sposarla.
L’invenzione letteraria testimoniava le riserve morali dell’ambiente, e forse fu scritta allo scopo di giustificare, in qualche modo, l’atteggiamento della famiglia di Isotta.

Comunque dopo la scomparsa, a breve distanza di Francesco degli Atti (1448) e di Polissena moglie di Sigismondo, morta di peste il 1° giugno 1449 (è appena il caso di ricordare l’accusa che circolò una decina di anni più tardi, che Sigismondo l’avesse fatta uccidere), la pubblica esaltazione dell’amore del signore per Isotta non ebbe più freno.

Si pongono in questo periodo le manifestazioni artistiche e letterarie alle quali è principalmente dovuta la fama di lei e che ancor oggi, insieme col Tempio Malatestiano, danno impulso ai moderni studi intorno alla civiltà artistica e alla cultura della corte riminese: la tomba, le medaglie, i ritratti, le poesie in volgare e in latino, perfino il “torrione Isotteo”, che Sigismondo dedicò all’amata nella sua ricostruzione di Senigallia (1455) e nelle cui fondamenta furono gettate medaglie con l’effigie di lei.

Con un regolare documento notarile del 1453, Sigismondo aveva conferito alla sua amata una ricca donazione di vesti, gioielli ed ornamenti, fino al valore di 5000 ducati d’oro. È ipotesi che da una concessione di lui, investito da Niccolò V della signoria di Montemarciano in territorio di Senigallia, provenisse anche la fattoria che risultò posseduta da Isotta appunto a Montemarciano,
L’interpretazione amorosa dell’intero Tempio Malatestiano si appoggia, sopra ogni altra considerazione, ancora alla notissima sigla SI con le due lettere intrecciate, che appare centinaia di volte in ogni parte del monumento.
A questa sigla più di una interpretazione ha dato il valore delle lettere iniziali dei nomi Sigismondo e Isotta, ma è stato tuttavia dimostrato (Soranzo, 1909), che essa rappresentava invece, secondo un uso frequente a quel tempo, le due prime lettere del nome SI(gismundus) e che Sigismondo ne fece larghissimo uso anche in monumenti e oggetti che con Isotta non potevano avere alcuna relazione.


Bibliografia:
Anna Falcioni, Le donne di casa Malatesta, Bruno Ghigi editore, 2005;
Oreste Delucca, Isotta degli Atti. L’amore e il potere, Bookstones 2016;
Gino Franceschini, I Malatesta, Dall’Oglio, 1973;
Mario Tabanelli, Sigismondo Pandolfo Malatesta, Fratelli Lega Faenza, 1977.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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