Agustin Barrios Mangorè: grande cuore latino

La località di San Juan Bautista de las Misiones si trova all’interno del Paraguay ed è circondata dai fiumi Paraguay e Paranà e dista circa cento chilometri da Asunción.
Alla fine del XIX secolo il quadro che questa cittadina presentava era grosso modo quello di un paese fra i tanti all’interno del Paraguay che lottava per sopravvivere dopo il tremendo olocausto causato dalla guerra contro la Triplice Alleanza (1865-1870), con una sfilza di case sonnolente e strade semi abbandonate soprattutto a causa dell’esodo forzato della popolazione.
La città si ripopolò a poco a poco e iniziò una timida vita culturale al ritorno di quelli che erano fuggiti per la guerra prima in atto.

La famiglia Barrios era di origine argentina e si trasferì in Paraguay intorno al 1880, secondo la testimonianza di Hector, fratello di Agustín.
Fratello, appunto, di quell’ Agustín Pio Barrios che nacque a Misiones nel 1885.
La famiglia Barrios nutriva un profondo amore per le arti: il padre don Doroteo suonava la chitarra e la moglie Martina era una grande lettrice di versi e appassionata di teatro.
Già molto giovane Agustìn si accostò alla musica: nella scuola del suo paese lo si sarebbe trovato impegnato a suonare la ‘cassa’ (timpano), in una piccola banda che si era formata sotto la guida di un maestro italiano.

Nel 1900 Barrios entrò al Collegio Nacional di Asunción dove frequentò per tre anni consecutivi gli studi secondari, distinguendosi in matematica, letteratura e filosofia e collaborando ad un giornale studentesco come disegnator
Iniziò a suonare la chitarra fin da bambino, con una partecipazione sporadica, da quando aveva otto anni, nella Barrios Orchestra, composta da membri della sua stessa famiglia.
Dotato di grande talento per la musica, alternò il violino con il flauto e l’arpa, solo in seguito scelse la chitarra come strumento principale e nel 1910 iniziò a perfezionarsi in questo strumento con Antonio Giménez Manjón.
Presto diede concerti in Messico e Cuba organizzati da Tomás Salomoni.

Nel 1920 Barrios andò in Uruguay.
In quel periodo a Montevideo c’era anche Andrés Segovia, impegnato in alcuni concerti: nonostante avessero trascorso entrambi cinque settimane a Montevideo i due chitarristi non si incontrarono mai, se non l’anno dopo, ma a Buenos Aires.

Per certi aspetti Barrios e Segovia non erano molto diversi nel loro repertorio: tutti e due suonavano i classici come Bach, Schumann, Chopin, ed anche musica spagnola, ma mentre Segovia preferiva compositori di fine XIX secolo, Barrios era anche attratto dai compositori contemporanei; inoltre, nell’ambito delle composizioni originali, Barrios seguiva la musica dei latino-americani mentre Segovia prediligeva un repertorio più conosciuto, per lo più iberico.
In più Agustìn era anche compositore: e che compositore!

Dopo un periodo di fermo per un’infezione di tifo, riprese a far concerti con due performance nel 1921.
Nell’agosto del 1922 Barrios ritornò in Paraguay e venne accolto con grande entusiasmo dato che non si esibiva lì dal lontano 1909: diede undici concerti prima di lasciare nuovamente il Paraguay il 26 Aprile del 1923 per dirigersi verso Rosario, in Argentina.
Nel 1925 si trasferì di nuovo in Brasile, poi iniziò un tour in tutto il Sudamerica. Quell’anno sposò Gloria, che da allora fu la sua inseparabile compagna.

Il 1930 segnò l’inizio di un nuovo periodo con la nascita della sua figura alter ego di Capo Nitsuga Mangorè, ”il messaggero della razza Guaranì”: si dice che l’idea fosse del suo manager, ma va ricordato che Barrios era fiero della sua origine india.

Capo Nitsuga Mangorè

Nel Febbraio del 1932 partì per il Venezuela, dove trascorse a Caracas gli anni di maggior successo della sua carriera. Fu un periodo magnifico, pieno di plausi entusiastici di pubblico e di critica, riconoscimenti che non avrebbe mai più avuto a quel livello. Barrios era allo zenith delle sue capacità artistiche e tecniche.
Così nel Maggio del 1932 dovette subito ritornare a Caracas, interrompendo il suo tour perché nel frattempo si era ammalato gravemente, forse il primo grave episodio di sifilide, il fattore che forse lo portò alla morte,12 anni dopo.

Ripresosi dalla malattia, ricominciò il suo tour nel Venezuela Occidentale, organizzando pubbliche esecuzioni ridotte e non pubbliche per la stampa e anche per impresari, intellettuali, politici e musicisti.
Nel 1933 iniziò la sua attività come professore al conservatorio di San Salvador, anche se l’anno seguente sarebbe stato interrotto da quello che fu il suo unico tour nel Vecchio Continente, che durò fino al 1936.
Giunse in Belgio nel Settembre del 1934 e fece subito amicizia con Igor Stravinsky.

Questo cartellone annuncia un concerto di Mangoré in San Salvador nel 1935.
(dal sito mangore.net)

Il primo concerto fu tenuto nel Conservatorio Reale di Musica, dove tre mesi prima si era esibito il “rivale” Segovia.
Barrios e la moglie Gloria vissero per cinque mesi a Berlino insieme all’amico Tomás Salomoni: qui fece molte registrazioni per la radio. Da lì Gloria e Agustín lasciarono i Salomoni e proseguirono soli il viaggio verso Madrid dove trascorsero il Natale.
Nella capitale spagnola Barrios riuscì ad esibirsi per la Regina Vittoria Eugenia, che gli regalò una chitarra del liutaio spagnolo Morant
Incontrò anche intellettuali del calibro di Regino Sanz de la Maza ed il poeta Federico Garcia Lorca.
In quel tempo in Spagna stava per esplodere la guerra civile per cui Gloria e Agustín, nel febbraio del 1936 tornarono a Caracas dove Agustìn dette due concerti.
Ricominciarono così i suoi tour di concerti latino-americani.

Dopo aver lasciato Cuba, si diresse verso Costa Rica e lì iniziò per lui un periodo di difficoltà economiche, aggravato dalla malattia e da probabili problemi coniugali. Dopo quasi un anno trascorso in Costa Rica, Barrios preparò diversi concerti ad El Salvador, poi si spostò a Nord, in Guatemala, dove ebbe un leggero attacco cardiaco. Ignorando il pericolo andò in Messico dove subì un attacco più forte durante un concerto.
Nel Marzo del 1944 Segovia era ad El Salvador: dopo aver fatto un concerto, ebbe un incontro con Barrios, nel corso del quale parlarono per diverse ore, ma senza suonare le chitarre.
Quindici anni dopo Segovia dichiarò che

“Barrios era un uomo che cercò forse di distruggere se stesso, ma non vi riuscì perché dopotutto era un genio,

riferendosi al suo nome cambiato, al suo abbigliamento guaranì e al modo di presentarsi.

Morì di infarto all’età di 59 anni a San Salvador, dove stava ancora insegnando.
E’ stata la voce più importante della chitarra del Novecento in Sud America: in lui si riunirono la cantabilità classica con la ritmica latino-americana mescolate al contributo della musica india, cioè degli autoctoni americani da cui Barrios fu sempre orgoglioso di provenire.
Concertista acclamato e discusso, Barrios trascorse una vita errabonda, percorrendo tutto il sud e il centro America senza mai stabilirsi definitivamente in alcun luogo, salvo che a San Salvador durante i suoi ultimi anni di vita, quando la sua salute ormai declinava irrimediabilmente.
Come detto per un certo periodo si presentò in pubblico, pur seguitando a eseguire il repertorio classico e le sue composizioni, abbigliandosi in costume guaranì, con il capo adorno di piume ed il nome d’arte di Mangoré, un ‘cacicco’ indio che aveva fieramente avversato la colonizzazione ispanica nel XVII secolo.
La sua gloria è legata alle composizioni per chitarra sola che egli scrisse nelle diverse epoche della sua avventurosa esistenza.
Molte di esse sono pagine di ispirazione popolare, sapientemente depurate e ricche di fascinosi effetti strumentali; altre si rivolgono alla musica romantica e traboccano di ispirate invenzioni melodiche e di raffinate armonie.

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, il mondo musicale legato alla chitarra classica riscoprì questo musicista, concertista e compositore di talento, che pur avendo riscosso ampi consensi in patria e nelle terre dell’America Latina, rimase inevitabilmente offuscato dall’eccezionale parabola artistica dell’uomo che rappresentò, e che per certi aspetti rappresenta tutt’ora, l’icona del mondo della chitarra: Andrés Segovia.
Barrios non ebbe in vita la fortuna di raccogliere appieno i frutti della sua intensa attività concertistica e della sua sensibile vena compositiva, vivendo anzi negli ultimi anni della propria esistenza quasi esclusivamente della sola attività di insegnante.
Se Andrés Segovia spese la propria vita cercando di raggiungere un obiettivo ben preciso: quello di restituire dignità alla chitarra, strumento dalle forti connotazioni popolari, attraverso la costituzione di un repertorio colto, conforme al pensiero e al gusto musicali dei primi decenni del Novecento, servendosi dell’appoggio di alcuni tra i compositori più rappresentativi dell’epoca come Manuel de Falla, Manuel Ponce, Federico Moreno Torroba, Joaquín Turina e Joaquín Rodrigo,
Barrios volle conservare, e anzi far emergere, le radici arcaiche dello strumento, legate ad un mondo magico e spirituale, anche nelle opere realizzate in perfetta aderenza ai canoni della musica colta occidentale.
Proprio per questo Segovia guarderà sempre con diffidenza Barrios e quando questi gli dedicò la sua opera più celebre: La catedral”, una fantasia in tre parti, Segovia gli promise che l’avrebbe eseguita durante i suoi concerti. Non lo fece mai.
Dal lavoro di Barrios come compositore, spiccano invece la sua versatilità e tecnica.
In gioventù aveva ricevuto soprattutto le influenze di Bach, Sor e Mozart, tuttavia, in un altro aspetto della sua produzione, predominano i ritmi e le melodie della musica latinoamericana e soprattutto india.
John Williams, il famoso chitarrista, lo ha qualificato come il miglior compositore di tutti i tempi per la chitarra. Si stima che abbia composto più di trecento opere (tra le quali citiamo La catedral, Confessione, danza Guaranì, appassionato di Mazurca), molte delle quali andarono perdute.
Considerato uno dei più importanti compositori sudamericani del secolo, fu anche il primo a trascrivere lavori di Bach per il suo strumento.

Agustin Barrios in un immagine del 1910

Fin dal 1910 dedicò inoltre attenzione alla registrazione di dischi, fino a raggiungere la cifra, notevole per quei tempi, di oltre cinquanta registrazioni sonore.
Insomma Agustìn fu la voce, purtroppo isolata, di quel continente immenso e sfruttato da sempre che è il sud America: fu la voce del popolo indio, scacciato dalle proprie terre, e riuscì a ritrovare e riunire tutte le matrici comuni e popolari dei luoghi in cui visse, dal Messico a El Salvador, dal Venezuela al suo Paraguay.
E’ stato insomma la voce più nobile, il cantore indio di una terra ricca e piena di risorse, ma sfortunata nel suo destino e tutto ciò si riverberava, e ancora si percepisce perfettamente, nella infinita malinconia delle sue musiche, le musiche di Barrios, poeta della chitarra latina.

Agustin Barrios Mangoré – Historical Recordings , year 1933

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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