La strage di Aigues-Mortes

                               

“Atti persecutori ai danni delle minoranze etniche o religiose, condotti con l’appoggio più o meno dichiarato dell’autorità”

Così viene definita su molti dizionari la parola russa “pogrom” e al caso di ciò che accadde alle Aigues-Mortes, tale termine si attaglia perfettamente. Si può affermare che il 17 agosto 1893 ebbe luogo il più grande pogrom di tutta la storia moderna francese.
Solo che stavolta non era antisemitismo, e il massacro degli italiani a Aigues-Mortes costituì anche uno dei più grandi scandali giudiziari, poiché il giudice assolse tutti i colpevoli, nonostante le molte prove accumulate contro di loro.

L’Italia ha dimenticato quella feroce caccia all’italiano nelle saline della Camargue, alle foci del Rodano, che vide la morte di un numero ancora imprecisato di emigrati piemontesi, lombardi, liguri e toscani.
Stando all’archivio del Corriere della Sera, le veloci citazioni della carneficina dal 1988 a oggi sui nostri principali quotidiani e settimanali sono state otto, per non parlare degli articoli dedicati espressamente al tema: solo due, due in venti anni.
Quel che è chiaro in quella brutta pagina di storia è che Maurice Terras, il sindaco del paese, non solo non cercò di calmare gli animi, ma di cavalcò anzi le proteste xenofobe dei manovali francesi contro gli intrusi italiani.
Il suo primo comunicato, infatti, affisso sui muri dopo avere ottenuto che i padroni delle saline, sotto il rumoreggiare della folla, licenziassero gli immigrati, diceva:

“Il sindaco della città di Aigues-Mortes ha l’onore di portare a conoscenza dei suoi amministrati che la Compagnia ha privato di lavoro le persone di nazionalità italiana e che da domani i vari cantieri saranno aperti agli operai (francesi) che si presenteranno. Il sindaco invita la popolazione alla calma e al mantenimento dell’ordine. Ogni disordine deve infatti cessare, dopo la decisione della Compagnia”.

Per non dire del secondo manifesto che, dopo la strage, faceva raggelare:

“Gli operai francesi hanno avuto piena soddisfazione. Il sindaco della città di Aigues-Mortes invita tutta la popolazione a ritrovare la calma e a riprendere il lavoro, lasciato per un momento. (…) Raccogliamoci per curare le nostre ferite e, recandoci tranquillamente al lavoro, dimostriamo come il nostro scopo sia stato raggiunto e le nostre rivendicazioni accolte. Viva la Francia! Viva Aigues-Mortes”!

Grazie al cielo da noi, seppur spesso praticati, non sono mai divampati attacchi xenofobi contro gli immigrati neppure lontanamente paragonabili a quelli scatenati contro i nostri nonni non solo ad Aigues-Mortes ma anche a Palestrò, un paese tra Algeri e Costantina formato da una cinquantina di famiglie trentine e spazzato via nel 1871 da una rivolta dei Cabili.
A Kalgoorlie, nel deserto, a 600 chilometri da Perth, perfino gli australiani decisero di festeggiare l’Australian Day del 1934 scatenando tre giorni di incendi, devastazioni, assalti contro i nostri emigrati…
Peggio ancora avveniva soprattutto negli Stati Uniti dove, dal massacro di New Orleans a quello di Tallulah, siamo stati i più linciati dopo i neri!  

È fuori dubbio, però, che i germi dell’aggressività verbale, che infettarono gli animi di quei francesi impazziti di odio nelle ore dell’eccidio, somigliano maledettamente ai germi di aggressività verbale emersi in questi anni nel nostro Paese.

Maurice Barrès scriveva nell’articolo Contre les étrangers su Le Figaro, che

“il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia (…) hanno portato all’invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s’adoprano per sottometterci”!

Dei fatti di Aigues-Mortes, tuttavia, non si parla mai. Costituiscono un tabù in cui la memoria storica sembra essersi perduta definitivamente, dissolta dal trascorrere del tempo, vuoi dal clima che l’integrazione europea ha propiziato nei decenni, vuoi dalla riaffermazione di quei valori di vicinanza e solidarietà con i cugini d’Oltralpe che solo la dissennata avventura del fascismo aveva messo in ombra.
Tuttavia ricordare è doveroso, non per imbastire processi che oggi non avrebbero più senso, ma per onorare il sacrificio di tanti lavoratori emigrati e per trarre profitto dalle lezioni della storia, che se ignorate, espongono al rischio di ripetere presto o tardi i medesimi errori e le stesse atrocità.
Furono tanti i caduti: una decina secondo i rapporti redatti all’epoca dalle autorità francesi, una cinquantina secondo i resoconti della stampa internazionale (in primo luogo il Times di Londra), forse un centinaio stando alle valutazioni che circolavano in seno alla comunità italiana. Oltre un centinaio i feriti.

Col caldo torrido si respirava a fatica nelle lagune di Aigues-Mortes, che si tingevano di rosa fino ad un rosso che sembrava sangue. L’umidità che spirava dalle vasche, si appiccicava sugli indumenti, mentre la pelle bruciava e le gole ardevano.

Le saline di Aigues-Mortes

Era il tempo della raccolta del sale: due mesi tra agosto e settembre in cui, un numero imprecisato di uomini, si affollava a stormi nella Camargue, per fare montagne bianche di cristalli di cloruro di sodio. Lavoravano infaticabili, in una catena umana di montaggio, rompendo le lastre che si erano formate nel resto dell’anno. Frantumavano e ammassavano.
Mancava l’acqua potabile in tanta acqua salmastra che non poteva dissetare. Ce n’èra così poca che era razionata in catini da dividere tra gruppi di cinque o sei saliniers.
Mancava anche il pane, bramato fino a sera quando, sfiniti, gli operai tornavano nelle baracche in cui vivevano in condizioni disumane, prima di gettarsi a dormire in pagliericci di fieno: un pasto frugale, fatto di una minestra e una pagnotta.
La mattina, sveglia alle sei, per ricominciare ad accumulare fatica, ognuno con il suo compito, sotto la sorveglianza dei capi squadra. Tutto in questi luoghi, aveva ed ha la radice del sale, sia la ricchezza degli azionisti della Compagnie des salins du Midi che le briciole dei poveracci che lavoravano per loro.

“Non c’è dubbio che solo l’estrema povertà costringe gli uomini ad abbandonare la patria e che i capitalisti sfruttano nella maniera più disonesta gli operai immigrati”.

Questa constatazione, tratta da un articolo di Lenin del 1913, riassumeva bene la causa principale delle migrazioni di allora con uno degli effetti, validi ancora oggi: fuga dalla miseria e disponibilità a lavorare a qualsiasi condizione e paga.

Guardando all’Italia, è indubitabile che la fame di lavoro, unita alla speranza di una vita migliore, ha costituito la molla dello spostamento di nostri connazionali dalla seconda metà dell’ottocento in poi, verso le Americhe e verso i paesi che offrivano maggiore richiesta di mano d’opera nell’agricoltura, nell’edilizia, nell’industria, nelle attività estrattive, nei porti.
Il bisogno che obbliga, non dona scelte, spingeva a trasferte stagionali molti nostri connazionali in terra di Provenza, negli ultimi due decenni del 1800.
Se andiamo a quell’Europa di fine Ottocento, eravamo noi gli Altri, gli emigranti, i sans papier (spesso senza documenti e pertanto irregolari), i poveri, i disprezzati in giro per il mondo in cerca di un pezzo di pane; i “clandestini” come dicono certi ignoranti che non sanno neppure il significato del termine.

L’economia di quella località costiera del dipartimento del Gard, tra Nîmes e Montpellier poco ad ovest della Camargue, si reggeva sullo sfruttamento del sale marino. Nelle saline più grandi del Mediterraneo, dette di Aigues-Mortes, dalla cittadina fortificata dal re Luigi IX detto il Santo, e che sorgono a pochi chilometri di distanza dal paese, nel periodo della raccolta, servivano almeno 1200 uomini.
La manodopera era reclutata massicciamente, da zone della stessa Francia, soprattutto dalle Cévennes, nel dipartimento di Ardéche, e ad essa si aggiungevano lavoratori esteri.
Parte di questa gente era costituita da italiani, detti con disprezzo “piémos” per il fatto che per lo più giungevano dal Piemonte, e, con gruppi più ridotti, dalla Toscana, Lombardia e Liguria.
Ai nostri connazionali, erano assegnate le operazioni di battitura e raccolta del sale, da farsi in tempi rapidi per timore delle piogge che potevano mettere a rischio l’integrità dei cristalli.

Perché questo incarico agli italiani? Organizzati in squadre con un capo, erano i più resistenti, rapidi, efficienti, rendendo il doppio degli altri sfruttati.
Una massimizzazione delle prestazioni che faceva comodo ai padroni e consentiva ai lavoratori di ottenere, grazie al cottimo, paghe più cospicue, fino a dodici franchi al giorno, rispetto ai cinque di media con cui venivano retribuiti gli altri.
Una differenza che provocava gelosie e tensioni nella commistione di disperati, tutti alla ricerca di pane per le famiglie.
Uno dei problemi, infatti, delle comunità temporanee che si costituivano nelle saline, era la convivenza pacifica tra uomini sottoposti a condizioni durissime di lavoro. Bastava un banale pretesto per scagliarsi accuse a vicenda e attaccare lite.

La Compagnia delle saline di Perrier e Peccais, per far fronte alle richieste del mercato, però, assunse in quel 1893 solo 150 lavoratori francesi e 600 italiani.
La sproporzione è facilmente spiegabile: come oggi l’immigrato costava meno anche allora, era più sfruttabile e non faceva storie. Solo che anche la comunità francese della zona aveva braccia in eccesso che chiedevano lavoro, così in breve si innescò una vera guerra tra poveri, con gli italiani oggetto di ritorsioni e discriminazioni.
Inoltre nella Francia di fine ‘800, gli italiani che arrivavano numerosi, non solo da stagionali, ma con l’intenzione di stabilirsi definitivamente lì, non suscitavano in tutti molte simpatie. La diffidenza verso gli stranieri era crescente in un contesto di crisi economica e di tumultuosi mutamenti politici.

Il tutto mentre le relazioni tra Roma e Parigi si erano diventate gelide a causa dell’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza con Austria-Ungheria e Germania, e quest’ultima era particolarmente invisa ai francesi dopo la sconfitta di Sedan, quando furono costretti a cedere l’Alsazia-Lorena ai tedeschi, fatto per il quale si alimentò un acceso revanscismo, durato fino allo scoppio della prima guerra mondiale.

Alle tensioni in politica estera si sovrapposero difficoltà interne per gli effetti della depressione economica del 1875-1895 che ancora attanagliavano la Francia. La paura e l’insicurezza diedero man forte alla xenofobia e all’antisemitismo, che avrà il suo zenith nello scandaloso caso Dreyfuss.
In tale miscela di disagio e crisi morale e materiale, scattarono meccanismi di ostilità e difesa nazionalistiche, le stesse che si ripropongono pervicacemente, ancora oggi, nei paesi a forte affluenza migratoria.

Un giorno alcune centinaia di individui del posto, animati da pregiudizi anti-italiani, assaltarono i capannoni dove gli stranieri avevano precario alloggio. Reazioni e ripicche si susseguivano in un clima che si infuocava, tanto che i rapporti, già tesi tra le due comunità, si compromisero del tutto. Una scintilla da una parte o dall’altra poteva trasformare la guerra tra poveri in un incendio incontrollabile.
Il fiammifero lo accesero gli scalmanati che il 15 agosto aggredirono un italiano che aveva osato lavare un fazzoletto con un poco della preziosa acqua potabile di cui la città disponeva. L’uomo reagì, i francesi chiesero aiuto ai loro, gli italiani fecero lo stesso, intervenne la forza pubblica, gli scontri aumentarono di violenza e a poco a poco si generalizzarono.

Gli immigrati ebbero la peggio ed erano talmente malconci che fu per loro impossibile avere certezza del numero dei propri morti: corpi senza vita erano stati probabilmente gettati in mare o sepolti in fretta per farli sparire, o affondati nei canali di alimentazione delle saline.
Un immigrato morto in più o in meno a chi poteva interessare?
Se disinvolta fu la posizione dei francesi, vergognoso si rivelò il comportamento delle nostre autorità consolari, che al processo intentato ai responsabili dell’aggressione invece di chiedere severità finirono di fatto per invocare clemenza.

Le vittime – fecero capire – altro non erano che emigranti, plebei, gente che aveva abbandonato il proprio Paese forse per ragioni inconfessabili.
Sull’eccidio di Aigues-Mortes calò presto l’oblio.
In anni recenti, nella nuova Europa che prendeva corpo, sia da una parte che dall’altra nullo era l’interesse a rivangare un passato tanto doloroso.

Così è stato fino al 2010, con l’incontro a Grimaldi, presente anche il sindaco di Aigues-Mortes Cedric Bonato, orgoglioso di essere figlio di italiani, emigranti di Bassano del Grappa che hanno trovato una nuova patria là dove altri prima di loro avevano incontrato pregiudizi, rancori, ostilità e perfino la morte violenta.

2010 Il sindaco di Aigues-Mortes Cedric Bonato e il sindaco di Ventimiglia, Gaetano Scullino

BIBLIOGRAFIA:

  • Barnabà Enzo, Aigues-Mortes, il massacro degli italiani, Infinito edizioni, Formigine (Modena) 2015;
  • Noiriel Gérard, Il massacro degli italiani. Aigues-Mortes, 1893. Quando il lavoro lo rubavamo noi, Tropea 2010;
  • Gozzini, Giovanni. Le migrazioni di ieri e di oggi, Bruno Mondadori, 2005;
  • Cubero, José-Ramón. Nationalistes et étrangers: le massacre d’Aigues-Mortes, Presse universitaire de France, 1995.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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