Zamjatin: la distopia di “NOI”

“La vera letteratura può esistere solo quando è creata non da soggetti diligenti e affidabili, ma da folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli e scettici”

Se si pensa ai grandi classici della letteratura russa, la mente richiama subito i nomi di Dostoevskij o di Tolstoj, di Gogol e Pushkin, tuttavia pochi conoscono, purtroppo, gli autori dell’epoca sovietica i quali, a causa delle loro opere non perfettamente in linea con l’ideologia del tempo, sono stati costretti a lasciare il paese o a rinunciare alla loro professione di scrittori, se non alla vita.

Zamjatin è un buon rappresentante di quel periodo.

È stato rivoluzionario sia nei suoi scritti, in cui miscelava realismo e fantascienza, sia nella vita, nel corso della quale ha lottato contro la soppressione della libertà, poi, non vedendosi più riconosciuta la possibilità di pubblicare, decise di scrivere una lettera a Stalin, implorandolo di poter lasciare il paese che incatenava la sua creatività.
Tutto accadde dopo la pubblicazione di un suo libro, avvenuta in Inghilterra nel 1924.

Esiste dunque un autore che ha anticipato Orwell, Huxley, Bradbury e tutti gli altri grandi scrittori distopici del Novecento, un autore che, appena all’alba della società sovietica, ha ipotizzato un futuro tragicamente totalitario.
Un autore che ha aperto le danze della distopia totalitarista senza essere ricordato dai più, che, colpito dalla censura, dovette trasferirsi in Francia a causa dei suoi romanzi sgraditi in patria.
Si tratta di Evgenij Ivanovič Zamjatin, e il libro incriminato era “Noi”.

La prima edizione italiana di Noi

“Noi” ci insegna che in qualsiasi situazione ci troviamo, in cui siamo portati a credere a verità date, scontate, l’unica nostra salvezza può essere il dubbio. e se questo dubitare ci costringe a fare un passo indietro, a rivalutare ciò in cui abbiamo sempre creduto, ben venga: l’unica verità, forse, è la ricerca della verità.
La distopia di Zamjatin non stava tanto nell’apertura di una polemica contro l’utopia realizzata dal bolscevismo, ma quella contro ogni processo di standardizzazione e di automazione della vita privata e collettiva. E tutto ciò, a ben vedere, è presente sia nel comunismo come nel capitalismo.

L’organizzazione perfetta è il vero incubo; l’incubo è l’automatismo portato a perfezione, forse è la perfezione stessa, o l’idea di una possibile perfezione.

Quando Zamjatin scrisse e fece circolare “Noi” negli anni successivi alla redazione del testo, tra il ’19 e il ’21, Stalin non era andato ancora al potere e del fatto che Lenin avesse già varato i gulag (i campi di concentramento governativi) nessuno poteva saperlo, essendo una acquisizione storica relativamente vicina ai nostri giorni.
Inoltre i totalitarismi sia di Mussolini che di Hitler dovevano ancora imporsi.
Zamjatin aveva invece il modello taylorista davanti agli occhi, aveva girato nel continente europeo, toccando l’Inghilterra: aveva sperimentato da vicino le forme spinte della razionalizzazione economica e temeva che esse si potessero espandere all’intera società.

Un’opera ambientata in un lontano futuro, alla fine del terzo millennio, nel quale l’umanità ha finalmente trovato la pace, dopo tre secoli di guerre, e la felicità grazie ad un mondo perfettamente delimitato dalla Muraglia Verde e controllato da uno Stato Unico, con a capo il Benefattore.
Non sono dei nomi, ma soltanto codici alfanumerici a distinguere un individuo dall’altro.
Nella vita di ciascun alfanumero non vi è altro che il lavoro per il bene dello Stato Unico. Sentimenti ed emozioni sono stati banditi in quanto irrazionali e senza la ragione non può esservi felicità.
I palazzi hanno pareti di vetro, trasparenti affinché tutti possano vedervi attraverso (o anche “trasparenti affinché tutti possano vedere tutto), in particolar modo debbono poter farlo i Custodi, incaricati di mantenere l’ordine costituito. Tuttavia, nella sua immensa bontà, il Benefattore concede due momenti liberi durante la giornata, di una sola ora ciascuno, durante i quali è possibile anche abbassare le tende e, tramite un apposito tagliando rosa, prenotare un altro alfanumero per un rapporto sessuale.

Questo avviene senza procreare, a meno che l’alfanumero femminile non rientri nello Norma Materna richiesta.
Lo Stato Unico mira all’annullamento dell’individuo e crede che grazie alla mancanza di libertà di scelta, nessuno potrà essere infelice. Non esiste “l’Io” ma solo il “Noi”.

Мы, di Evgenij Ivanovič Zamjatin (Mosca, “Casa editrice Cechov”, 1924) / prima edizione assoluta (in russo ma stampata in America)

Scritto sotto forma di diario, il libro profetizzava un mondo regolato un conformismo spaventosamente invincibile.
Il protagonista, D-503 era un matematico addetto alla costruzione dell’Integrale, un’enorme macchina che avrebbe diffuso i principi della “società perfetta” in tutto il cosmo. Lo stesso protagonista, inizialmente, era un convinto sostenitore dello Stato Unico e di tutto ciò che esso comportava nella vita sociale e personale.
Il diario di cui il libro si compone non è quindi (almeno in principio) una valvola di sfogo: D-503 scrive per lasciare ai posteri una testimonianza della vita sotto lo Stato Unico. Ma non la testimonianza del singolo cittadino, bensì di un’intera collettività ridotta a pensiero unico.
La vita descritta è perennemente controllata, le case sono interamente trasparenti, persino l’atto sessuale, come si è visto, è regolato da tagliandi rosa, una sorta di “prenotazioni”. Questo controllo del sesso si fonda su ragioni storiche: “Amore e Fame governano il mondo. Ergo, per governare il mondo, l’uomo deve governare i governatori”.

Così i padri fondatori dello Stato Unico sconfissero prima la Fame, inventando un nuovo cibo di derivazione petrolifera (tanto che sopravvisse solo lo 0,2% della popolazione) e, in seguito, l’Amore, da allora disciplinato dalla “Lex sexualis”:

“Ogni unità ha il diritto di godere di ogni altra unità in quanto bene sessuale di consumo”.

Gli unici momenti di intimità sono le due Ore Personali, durante le quali “alcuni abbassano pudicamente le tende nella stanza, altri incedono per il viale a ritmo di marcia, altri ancora siedono alla scrivania”. Ma il protagonista auspica che un giorno anche questi brevi intervalli di vita privata vengano inseriti nella Tavola delle Ore, il sistema di pianificazione di vita collettiva.
Tutto il mondo, nel romanzo, è regolato dalla matematica, un principio base irremovibile proprio in quanto scienza esatta. Ogni cosa, idea, concetto è ricondotto a una spiegazione matematica spaventosamente infallibile. L’annullamento della molteplicità, l’abolizione di ogni dubbio: è in queste apparentemente rassicuranti soluzioni che sta la pericolosità del vero, dell’eccessiva precisione del reale. Una società totalitaria come lo Stato Unico è costruita sulla certezza di un’unica realtà. O meglio, basata sulla menzogna che la realtà sia riconducibile a un’unica soluzione perfetta, che esclude così la diversità in ogni sua forma.

Persino la musica viene composta secondo leggi unicamente ed estremamente matematiche e meccaniche: “La matematica è la causa, la musica l’effetto”. La musica degli antichi viene additata come faticosa ed inutile, e l’ispirazione sotto la quale veniva composta, classificata come “forma sconosciuta di epilessia”.

Evgenij Ivanovič Zamjatin

All’inizio del libro sembra continuamente di essere di fronte a una religione della matematica: il motore che muove l’universo è un Dio, diverso da quello antico in quanto donatore non di saggezza ma di certezza.
Ma il mondo, quello reale, o meglio la saggezza del mondo è fatta di dubbi, mai di certezze, di ricerca della verità, mai di verità assolute. Ed è esattamente su questa problematica che l’intero romanzo si costruisce: la scoperta del dubbio da parte del protagonista:

“A gli antichi Dio non ha dato nulla, tranne eterne, tormentose ricerche, mentre a noi ha dato la verità”

Ma il solido mondo distopico inizia a perdere pezzi già dall’inizio del romanzo: la secolare efficienza e la provata infallibilità dello Stato Unico sono pronte ad essere esportate su altri pianeti grazie all’Integrale.
Una portentosa navicella spaziale, della cui costruzione si sta occupando D-503, cittadino modello che divide il suo tempo tra il lavoro e i biglietti rosa, ma D-503 incontra una donna, I-330, che lo mette a disagio alla sola vista:

Aveva negli occhi o nelle sopracciglia una strana, irritante ics, che proprio non riuscivo ad afferrare, a chiudere in un’espressione numerica”.

Subito dopo, un altro incontro lo sconvolge: “un’unità maschile a me ignota, un tizio bicurvo, come la lettera S. Eravamo tutti diversi…”.
D-503 si accorge che l’idea di mondo inculcatagli dallo Stato Unico, la certezza e l’unicità del reale, di cui è profondamente convinto, potrebbero essere solo costruzioni mentali. Forse per capire il mondo c’è qualcosa di più della matematica, forse non tutti sono identici tra loro. Questo dubbio si instilla in lui a causa di un “difetto” fisico di una donna, di un elemento naturale: la diversità, la casualità sono connaturate nell’uomo ed evidenti anche dal punto di vista fisico, basta sapere o volere osservare.
Da questo momento in poi, i dubbi del protagonista cresceranno velocemente e lo porteranno a rivedere le sue posizioni su tutto ciò che considerava certo.
Ora l’irrazionale è visibile ovunque, persino nella stessa matematica, e lo ossessiona.
L’incontro avuto, però, non è casuale, né si limita al semplice ma fondamentale ruolo di risvegliare la coscienza di D-503: I-330 fa parte di un gruppo rivoluzionario con lo scopo di impadronirsi dell’Integrale e sovvertire lo Stato.
E non appena D sembra tornare in sé, in procinto di andare a confessare tutto ai Guardiani, basta una parola di I per riaccendere in lui quella curiosità, che non potrà che portarlo alla rovina.
Qualcosa si è impadronito di lui: il dubbio, la curiosità di conoscere se tutto ciò in cui crede è vero, di sapere cosa c’è oltre il Muro.
Il Muro Verde che cinge l’universo totalitario, che aborre ogni libertà e innalza un’idea meccanica e spietata di uguaglianza. Oltre il Muro Verde c’è il mondo antico, ultimo baluardo della società libera di un tempo, ed è qui che il gruppo sovversivo cresce fino ad attuare una vera rivoluzione, ma invano.

Cosa vorrà dire Zamjatin? Che non c’è speranza per la libertà? O un ammonimento, a chiunque legga, di fare in modo che ogni società non prenda quella piega, che non si arrivi al punto di non ritorno?
Il Muro rappresenta quel confine ideologico tra la libertà e la sua assenza, tra il pensiero autonomo e il conformismo, tra speranza e rassegnazione. E anche se la vita si svolge al di qua del Muro, il mondo antico ha qualcosa che lo Stato Unico non potrà mai avere: il sole.
Quando D-503 uscirà finalmente all’aria aperta rimarrà abbagliato, confuso, ma d’ora in poi non sarà più lo stesso. Travolto dai puri raggi della libertà, non potrà tornare indietro.
Lo stile enigmatico, a volte ai limiti dell’artificiosità, non rende facile nemmeno la lettura: il linguaggio è sempre molto sfuggente, sembra quasi che il protagonista voglia nascondersi persino al lettore.
Il risultato è uno stile quasi “claustrofobico”, che riesce, tuttavia, a rendere efficacemente lo stordimento causato dalle nuove scoperte.

Il romanzo è rimasto sconosciuto per anni, ma i suoi temi e personaggi riecheggiano in tutto il genere distopico che di lì a poco conobbe la sua età d’oro, specialmente in “1984” di G. Orwell, in cui quella ispirazione è più che evidente.

Evgenij Ivanovič Zamjatin, nato a Lebedjan’ nel 1884, ingegnere navale di professione, fu più volte arrestato e mandato in esilio per la sua adesione alla causa rivoluzionaria.
Definito dai critici il nuovo Gogol, scrisse per vari giornali e tradusse in russo Jack London e Herbert G. Wells.
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre fu tra i critici della censura e della violenza del nuovo regime, tanto che la circolazione delle sue opere fu proibita.
Aveva esordito nel 1909 con il racconto “Odin” (‘Uno’), al quale seguirono il romanzo breve “In capo al mondo” (1914), che gli costò un processo per “antimilitarismo e idee sovversive”, poi i racconti “Gli isolani” (1917) e “Il pescatore di uomini” (1921), nei quali l’ambientazione rifletteva le esperienze di un soggiorno in Inghilterra, avvenuto dopo la rivoluzione.
La pubblicazione del romanzo “Noi”, uscito in Gran Bretagna nel 1924 e su un giornale di emigrati a Praga nel 1927, accentuò l’ostilità già creatasi intorno a Zamjatin per la sua posizione di intellettuale comunista lontano da ogni forma di dogmatismo.
Nel 1932, grazie all’intervento di Maksim Gor’kij presso Stalin, riuscì a lasciare la Russia e si stabilì a Parigi con la moglie dove morì nel 1937.

“Noi” fu bandito dall’Urss fino al 1989 perché sospettato di alludere criticamente alle realizzazioni del socialismo di stato  instaurato in  seguito alla Rivoluzione di Ottobre del 1917. Come si è detto, apparve per la prima volta in lingua inglese nel 1924 quindi in ceco nel 1927, francese (1929) e in russo a New York nel 1952, in piena guerra fredda.
Nella neonata Unione Sovietica, tra il 1921 e il 1922, Evgenij Zamjatin leggeva pubblicamente la propria opera, non ancora data alle stampe, sollevando reazioni opposte, come opposte saranno le forze messe in atto nel travagliato percorso verso la pubblicazione.
In patria l’evento avrà luogo soltanto nel 1988, cinquantuno anni dopo la morte di Zamjatin.

La prima edizione russa del 1988

Nessuno oggi può negare che si tratti di un’opera di assoluto valore artistico; peraltro è fin troppo chiaro come la società distopica del romanzo facesse riferimento alla giovane società sovietica e al timore di un suo possibile sviluppo in senso autoritario non appena esaurito il potenziale rivoluzionario.

Quando finalmente Gorbačёv e la sua perestrojka concessero la possibilità al libro di venir pubblicato in URSS, il suo potenziale successoera già stato oscurato dal “cugino posteriore” già di collaudata popolarità, ovvero “1984”.
Non è affatto un caso, dal momento che sappiamo con certezza che Orwell prese spunto da “Noi”, prima e durante la stesura del suo capolavoro. Ma allora perché un tale squilibrio di fortuna tra le due opere?
“Noi” è certamente un romanzo incredibilmente rivoluzionario e attuale, che rivela l’eccezionale talento di Zamjatin nel tratteggiare con estrema precisione pensieri e sentimenti umani, così come il loro evolversi.
Sembra che la sua lingua riesca a scegliere sempre la parola più giusta, la proposizione della lunghezza più adatta per rendere qualunque sensazione e idea.
A mio avviso “Noi”, dopo una così travagliata sorte, meriterebbe oggi una giusta attenzione, non solo perché ci mette in guardia rispetto ai pericoli dei totalitarismi, siano essi socialisti o capitalisti, ma anche perché da qualche anno altre forze hanno assottigliato progressivamente ogni differenza: la tecnologia e la globalizzazione, ad esempio, in un intersecarsi continuo e confuso, in cui non è più granché chiaro quale delle due sia dominante, o quale sia il confine tra vita vera e vita virtuale.
Una strada a senso unico verso l’omologazione di gusti, paesaggi, concezione del bene e del male.
Il destino ha voluto che il precursore del genere utopico non venisse quasi ricordato, forse anche a causa del fatto che la maggior parte delle sue opere furono censurate e distrutte.

In fondo era lui stesso quello che affermava

“il catalogo che fa più onore agli scrittori, è quello dei libri proibiti”.

Evgenij Zamjatin in un ritratto di Boris Kustodiev (1923)

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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