Artù, tra storia e leggenda: ipotesi, miti e verità storiche

Quando si parla dei Sarmati il pensiero va subito al bassopiano sarmatico, una sterminata unità territoriale che percorre la Moldova attraversando la quasi totalità della Russia europea, dal bacino dei Carpazi fino a buona parte dei territori di Bielorussia, Ucraina e delle repubbliche baltiche.
La sede dei Sarmati nel corso dei secoli variò e la regione Sarmazia perciò non fu mai ben definita.
I Sarmati erano tribù nomadi la cui storia inizia nel tardo VI sec. a.C. e si protrae fino al IV sec. d.C.
Di loro le fonti storiche parlano come di un popolo della famiglia linguistica indoeuropea, diviso in tribù: Iazigi, Roxolani, Aorsi e Alani. Questi ultimi rappresentano la tribù più conosciuta dei Sarmati e la loro notorietà discende dalla loro abilità come cavalieri, dote che li ha resi mercenari richiesti nelle numerose guerre e nelle invasioni barbariche che hanno contribuito tra l’altro alla caduta dell’impero romano d’occidente.

Quando la maggior parte di noi pensa a Re Artù, tende a pensare al valoroso re britannico che è riuscito a estrarre la spada dalla roccia con l’aiuto di un druido chiamato Merlino e che ha combattuto contro i draghi e creature simili.
Gran parte di questa storia, tuttavia, è falsa, solo leggenda.
Re Artù era un condottiero britannico che, secondo alcune storie medievali, difese la Gran Bretagna dagli invasori sassoni tra la fine del V sec. e l’inizio del VI. Lo sfondo storico delle vicende relative ad Artù è descritto in varie fonti, tra cui:

gli Annales Cambriae (annali del Galles, dal 447 al 954),

la Historia Brittonum, un testo sulla storia dell’Inghilterra del IX sec. che narra le vicende dell’Inghilterra dopo la partenza delle legioni romane fino alle invasioni sassoni.

gli scritti di Gildas di Rhuys (494-570), un abate che descrisse la disastrosa situazione della Britannia a seguito del ritiro delle legioni romane. Nelle citazioni più antiche che lo riguardano e nei testi in gallese non viene mai definito re, ma dux bellorum (“signore delle guerre”). Antichi testi alto-medievali in gallese lo chiamano ameraudur (“imperatore”), prendendo il termine dal latino.

In realtà, Artù non era un re. La prima volta che si è sentito parlare di Arthur fu nel 540 d.C., quando lo storico Gildas scrisse di un uomo che combatté al fianco dei Britanni e che non si sa se fosse un nobile.
Tuttavia l’uomo di cui parlava Gildas in realtà si chiamava Ambrosius Aurelianus, con il nome Arthur che fu adottato per lui alcune centinaia di anni dopo, quando la sua storia è stata stesa sui libri.

Immagine di re Artù, da taluni identificato con il romano-britannico Ambrosio Aureliano
(fonte: Wikipedia)

Proprio come nella storia di Artù, Aureliano era stato attivo durante i primi anni del Medioevo, quando la Britannia, abbandonata dai romani qualche anno prima, veniva attaccata dai barbari Anglosassoni. Si ritiene che Aureliano fosse un ufficiale romano che insieme ai temuti cavalieri sarmati, portati dai Romani dalla Sarmazia, prese il comando dell’esercito britannico e iniziò a respingere i sassoni una battaglia alla volta.

I temuti cavalieri sarmati

Detto questo, quando la storia iniziò a essere modificata e quindi raccontata, Aureliano (o Artù, o Arthur) divenne un valoroso guerriero che uccise da solo 940 soldati nemici!
Nella storia di Artù Camelot ha un ruolo enorme negli eventi e la maggior parte della gente immagina che quel luogo sia stato un grande castello che ospitava la famosa Tavola Rotonda, ma anche questa non è che una struttura immaginaria. Camelot in realtà era un piccolo forte romano costruito nella città di Colchester in Inghilterra, che latinamente si chiamava Camulodunum ed era stata la prima città romana costruita in Britannia.

La fortezza di Camelot, illustrazione di Gustave Doré

Si ritiene che Aureliano sia morto in battaglia, il che ha provocò il disastro per l’esercito britannico perché non c’era nessuno abbastanza abile e potente da assumere il suo ruolo dopo la sua morte, così gli anglosassoni invasero di nuovo la Gran Bretagna numerose volte negli anni successivi alla sua scomparsa e la occuparono.
Nella famosa storia di Artù, lo stesso Arthur viene aiutato lungo la sua strada da un mago potente Merlino.
Fatti come questi, però, non sarebbero potuti accadere perché Aureliano era morto prima della nascita di Merlino, quindi i due non si sarebbero mai potuti incontrare.
Si ritiene quindi che Merlino sia stato aggiunto alla storia circa 600 anni dopo la morte di Aureliano.
La storicità del leggendario Re britannico è da secoli oggetto di discussione, ma pare che nella realtà uno o più personaggi che abbiano ispirato il mito siano effettivamente vissuti negli ultimi decenni del declino dell’Impero Romano.

Merlino detta le sue profezie al suo Maestro Blaise. Miniatura francese del XIII secolo del “Merlino” di Robert de Boron (scritta nel 1200 circa).

Molti sono storici che sostengono, come si è visto, che si trattasse di un capo romano chiamato Ambrosius Aurelianus che combatté contro gli anglosassoni tra la fine del V e gli inizi del VI secolo, una tesi che verrebbe confermata anche da un autore contemporaneo agli eventi, Gildas di Rhuyus, che in uno dei suoi racconti scrive del leader romano-britannico vincitore degli invasori, identificandolo come Ambrosius Aurelianus.
Alcune prove archeologiche proverebbero un arresto dell’espansione anglosassone proprio in quel periodo, e se una figura così carismatica fosse realmente esistita il centro del suo potere potrebbe essere stato nelle aree celtiche del Galles e della Cornovaglia.
Aurelianus, secondo le fonti, assunse la leadership dei britanni nel 479 d.C., organizzandoli e guidandoli nella loro prima vittoria contro i sassoni, anche se le successive battaglie in realtà ebbero esiti alterni. Gildas scrive anche che i genitori di Aurelianus “portavano la porpora”, espressione che lascerebbe ipotizzare una discendenza quanto meno senatoriale.
Diversi anni fa alcuni studiosi ipotizzarono, appunto, l’esistenza di una connessione tra la popolazione dei Sarmati, proveniente da un territorio che si estendeva dalle pianure russe fino all’odierno Kazakhstan e la successiva leggenda di Artù, basandosi sul fatto che nel 175 d.C., l’Imperatore Marco Aurelio arruolò 8.000 Sarmati nel suo esercito, 5.500 dei quali furono poi inviati lungo il confine settentrionale della Britannia romana.
Là si unirono alla Legio VI Victrix, in cui prestava servizio un certo Lucio Artorio Casto, prefetto di quella legione.

La statua di Marco Aurelio, la cui copia è esposta a Roma nella Piazza del Campidoglio

Invece di rimandare a casa questi guerrieri una volta terminati i loro 20 anni di servizio, le autorità romane li insediarono in una colonia militare nell’odierno Lancashire, dove fonti del 428 d.C., attesterebbero ancora la presenza di loro discendenti con la denominazione di “truppa dei veterani sarmati”.
La cultura delle popolazioni sarmatiche, poi, presenta varie connessioni con le tradizioni di Artù. Oltre alla loro abilità come cavalieri (e i guerrieri di Artù sono cavalieri), i sarmati avevano un’incredibile devozione per le loro spade ed il loro culto tribale era rivolto a una spada conficcata a terra, cosa che presenta suggestive analogie con la leggendaria storia della Spada nella roccia.
Portavano anche vessilli a forma di draghi, un simbolo che venne utilizzato anche da Artù e dal suo presunto padre, Uther Pendragon. Le loro cerimonie religiose erano celebrate da sciamani della loro terra natale, un po’ come Merlino, e comprendevano l’inalazione di vapori allucinogeni esalati da un calderone, cosa che richiamerebbe le leggende sulle visioni del Santo Graal.

Alcuni storici invece attribuiscono a Lucio Artorio Casto l’ispirazione della leggenda di Artù, un pò per l’assonanza nel nome ma anche perchè era ufficiale della VI legione in Britannia e con molta probabilità avrebbe guidato un’unità di cavalieri sarmati, che conducevano campagne militari a nord del vallo di Adriano.
Le imprese militari di Casto in Britannia potrebbero essere state ricordate per i secoli successivi e aver contribuito a formare il nucleo della tradizione arturiana, così pure come le tradizioni portate dai sarmati.
Collegamenti etimologici possono essere fatti tra i nomi di Artù e Artorio.

Ed è anche vero che nessun’altra persona in Britannia, Irlanda o Scozia, che recasse un nome simile ad Artù, è ricordata fino alla fine del suo periodo di servizio in quella regione.
La prima citazione di un nome simile ad Artù è stato Arturius, citato nella vita di san Columba e di sant’Adomnán di Iona, nome praticamente equivalente ad Artorius. Lo stendardo di Artù sarebbe stato il “Pendragone”, un drago rosso simile alla moderna bandiera del Galles. Le più antiche fonti su Artù non si riferiscono a lui col titolo di re, ma con quello di dux bellorum, cioè di comandante delle guerre, e Lucio Artorio Casto aveva proprio il titolo di dux.
I più critici, sostengono tuttavia che non ci sia alcuna base storica per la figura di Artù, perché non esiste nessuna fonte a lui contemporanea che sia degna di essere creduta. Diversi studiosi sostengono inoltre che il personaggio originale, almeno nella forma e nei modi presenti in letteratura, sia assolutamente mitologico.
Questo malinteso sarebbe stato originato nella “Historia Brittonum” di Nennio (IX sec.), il quale introduce per la prima volta il personaggio di Artù, attribuendogli le dodici battaglie contro i Sassoni e la vittoria finale nella battaglia di Mons Badonicus, imprese che gli autori precedenti (il quasi contemporaneo San Gildas nel suo De excidio Britanniae e Beda il Venerabile nella Historia ecclesiastica gentis Anglorum) assegnavano invece al condottiero britanno-romano Aureliano Ambrosio.
Artorio Casto, riepilongando il materiale che su di lui possediamo, fu dunque un condottiero romano, che divenne prefetto della VI Legione Romana in Britannia e che guidò un gruppo di cavalieri sarmati stanziati nell’attuale villaggio di Ribchester, in numerose campagne militari oltre il Vallo di Adriano contro i Caledoni. Tutto ciò che sappiamo di Lucio Artorio Casto è davvero poco, in quanto proviene da un’epigrafe ritrovata su un sarcofago a Podstrana, sulla costa della Dalmazia, una scritta composta da due frammenti poco leggibili. Una terza iscrizione (di dubbia origine), che reca il solo nome di Lucio Artorio Casto, fu ritrovata a Roma ed ora è conservata al museo del Louvre.
Ci sono valide ragioni per supporre che Casto, membro della gens Artoria, sia stato originario della Campania, o delle zone limitrofe, e sia vissuto nel III secolo d.c..
I membri della gens artoria vissero tra il III sec. a.c. fino al V-VI sec. d.c. quando ormai l’impero d’Occidente era perduto.
Secondo il lungo testo dell’iscrizione del sarcofago, Artorio Casto era stato un centurione della III Legione Gallica, poi passato alla VI Ferrata, poi alla II Audiutrix, successivamente alla V Macedonica, di cui divenne il primo pilo, il che dimostra il suo valore.
Fu incaricato poi come preposto della flotta di Miseno, e divenne infine prefetto della VI Victrix. In questa legione ebbe infatti modo di assurgere ai gradi più elevati come alto ufficiale, fino a essere nominato “dux legionum Britaniciniarum,” titolo dato a chi si distingueva per aver compiuto eccezionali imprese.
Sull’origine della gens Artoria si può osservare che sarebbe stata di origine messapica o probabilmente illirica, ma non si può escludere però la derivazione da Artois, nome gallico dell’orso, derivata dall’antica Dea Orsa celtica.
L’identificazione di Casto con Artù fu avanzata per la prima volta da Kemp Malone nel 1924.
Sebbene Casto non visse al tempo delle invasioni sassoni in Britannia (V sec.), si potrebbe pensare che il ricordo delle sue gesta, tramandate nelle tradizioni locali, sia andato crescendo col tempo, fino a formare le prime tradizioni arturiane.

E’ molto interessante che fra le leggende sarmate ed il ciclo bretone (che celebra le gesta di Artù e dei suoi cavalieri) ci siano molte analogie, come fra le leggende arturiane, appunto, e quelle degli Osseti, popolo da cui discendono i Sarmati, e che vertono su un gruppo di guerrieri chiamati Nart.

Riassumendo quindi, i Sarmati, come si è detto, erano cavalieri molto abili ed avevano un particolare legame con le loro spade, senza contare che avevano anche culti tribali rivolti ad una spada conficcata nella roccia.
Usavano vessilli con teste di drago, poi, e il drago è proprio una delle figure ricorrenti nelle leggende arturiane.
Il guerriero nart Batraz è così legato alla sua spada, che alla sua morte deve essere rigettata in mare, e così, quando gravemente ferito chiede al suo ultimo compagno superstite di eseguire questo compito per lui, costui prima di farlo effettivamente tenta per due volte di ingannarlo.

Questa narrazione è molto simile alla storia di Artù che, ferito mortalmente dopo la battaglia di Camlann, ordina al suo cavaliere superstite, Bedivere, di riportare Excalibur alla Dama del Lago. Anche costui esita ad eseguire l’ordine e per due volte mente ad Artù prima di fare ciò che lui gli ha detto.

Ma ci sono anche altre ipotesi, alcune delle quali riguardano Artuir Mac A’Eda’in, figlio del Re della Dalriada (l’attuale Scozia occidentale), che combatté contro i Pitti e condusse una coalizione dei celti contro gli invasori sassoni. Fu ucciso in battaglia nel 592.
Molti aspetti del leggendario re Artù corrisponderebbero alla vita di Artuir.
Nel mito Artù, ferito a morte, viene portato nell’isola di Avalon, e nel VI secolo in quell’area esisteva un’isola su cui c’era un insediamento chiamato Invalone, che tra l’altro si trovava non lontano dal luogo della morte di Artuir. Quest’isola potrebbe quindi aver ispirato Avalon.

La morte di Re Artù

Andrebbe anche sottolineato che le più antiche menzioni di Artù provengono da testi in lingua gallese, la stessa che al tempo di Artuir si parlava nell’area della Scozia in cui questo personaggio visse e combatté. 
Artuir utilizzò una vecchia fortezza romana conosciuta col nome di Camelon (forse la celebre Camelot) e morì in battaglia vicino al fiume Allan, conosciuto anche col nome di Camallan (forse Camlann). Come Artù, anche Artuir ebbe una sorella di nome Morgana e fu un contemporaneo di Myrddin (poi chiamato Merlino).
Ai Sarmati e a chiunque fosse il loro comandante si sarebbe ispirato Goffredo da Monmouth, per la figura leggendaria che tutti conosciamo, mentre alla spada nella roccia di San Galgano si sarebbe ispirato Robert de Boron quando introdusse nella saga la magica arma di Artù, Excalibur.
In Italia non abbiamo solo la spada nella roccia di San Galgano, ma anche le lunette del duomo di Modena e della basilica di San Nicola di Bari, che raccontano le gesta del ciclo arturiano, scolpite diversi anni prima della stesura del testo di Goffredo e di Robert de Boron.

Raffigurazioni di Re Artù e dei suoi cavalieri della tavola rotonda nella porta della Pescheria nel Duomo di Modena

Non solo, la spada magica richiamerebbe antiche tradizioni non solo dei Sarmati, ma di molti popoli nordici, rituali in correlazione con le energie telluriche che la spada estrarrebbe, spada che avrebbe dovuto essere restituita al cavaliere morente.
“Le fiabe sono miti in miniatura” diceva Levi Strauss.
Come dargli torto? E’ sbagliato interpretare leggende e favole come invenzioni, esse provengono comunque da fatti, da simbologie e antichi miti, riscritti e immessi in un contesto avventuroso.
Dopo aver fatto questa breve carrellata, dalla quale questo si è capito, pur conoscendo il mito e la saga di Artù, si deve giungere alla conclusione, la più plausibile, che la figura di questo straordinario cavaliere sia frutto dell’unione di elementi e di personaggi storici con leggende e fantasie popolari.
La confusione in materia in gran parte è stata creata dallo “storico” Nennio (IX sec.) che diede vita ad Artù e gli attribuì le dodici battaglie contro i Sassoni e la vittoria finale di Mons Badonicus, imprese che gli autori precedenti assegnavano invece al citato Ambrosio Aureliano. Sarebbe stato Nennio, quindi, a sconvolgere i ruoli, mettendo Artù al posto di Aureliano.
Nennio, del resto era gallese, e si pensa che abbia voluto calare in un contesto storico la più mitologica delle figure gallesi preromane, quella di Artù, per adattarla alla moderna civiltà cristiana.
Già in precedenza, tuttavia, a volerli cercare, si trovavano legami fra l’Artù dei racconti Arturiani e tanti altri eroi, celtici britanni o germanici.
E questa commistione era una pratica diffusa: il famoso Re Lear, di cui parla Shakespeare, sarebbe ispirato all’antico Dio celtico del Mare, Llyr.     

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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