Dinu Adameșteanu; la ricerca archeologica alle origini

La figura di Dino Adameșteanu è tuttora assolutamente sconosciuta ai più, anche a tanti che coltivano interessi culturali di buona portata; non sarà quindi inutile cercare di conoscerla e consegnarla ad una maggiore, seppur modesta, notorietà, e ciò in virtù del progresso che ha favorito in un campo di ricerca fondamentale per un paese col nostro patrimonio storico artistico.
E’ stato, infatti, un archeologo rumeno naturalizzato italiano, pioniere e promotore dell’applicazione delle tecniche di aerofotografia e prospezione aerea nella ricerca e ricognizione archeologica.
E’ stato l’uomo che ha fatto rinascere l’antica Heraclea, un prestigioso italiano di adozione, il cui operato ha permesso di far scoprire, preservare e  far conoscere l’immenso patrimonio storico e archeologico della Basilicata, l’apolide che trasferitosi nella sua amata Lucania come sovrintendente ai beni archeologici, ha creato una rete di musei.

A Metaponto, ad esempio, il suo intervento sul locale Antiquarium servì a trasformarlo in Museo nazionale, una struttura espositiva conosciuta come Museo Archeologico Nazionale di Metaponto.
A Policoro, su sua iniziativa, vennero poste le basi per una nuova esposizione museale, anch’essa di rango nazionale, una realtà conosciuta come Museo Archeologico Nazionale della Siritide.
A Melfi col suo contributo fu creato il Museo Nazionale, ospitato nel castello normanno, e ristrutturato il Museo Nazionale Ridola di Matera e fu sempre lui a progettare la ristrutturazione di quello di Potenza, che poi gli è stato dedicato con la denominazione di Museo Archeologico Nazionale della Basilicata “Dinu Adameșteanu”, ospitato nel palazzo Loffredo del capoluogo di Regione lucano.

Dinu Adameșteanu a Roma nel 1940

Dinu Adameșteanu nacque a a Toporu, nei pressi di Giurgiu, il 25 marzo 1913,  quinto dei dieci figli di un pope della Chiesa ortodossa rumena ed iniziò la sua attività di archeologo proprio nella nativa Romania.
Lavorò fin dal 1935 sul Mar Nero, nel sito della colonia di Histria, polis greca sul Mar Nero, conducendo ricognizioni nel territorio della Scizia minore, sotto la guida di Scarlat Lambrino, noto epigrafista e storico rumeno, professore universitario e corrispondente dell’Accademia Rumena, direttore degli scavi archeologici di Histria (1928-1940) e del Museo Nazionale di Antichità di Bucarest (1938-1940).
Spesso, in mancanza di evidenze archeologiche di superficie, il suo lavoro, già in quel primo periodo, si avvantaggiava dell’uso della fotografia aerea per l’individuazione dei resti, un metodo che egli avrebbe fatto approdare in Italia e che avrebbe continuato ad applicare in varie campagne di scavo da lui dirette in Afghanistan, Israele (Cesarea Marittima) e in altre aree mediorientali, sotto l’egida dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (Is. M.E.O).
In Italia, suo paese d’approdo, nel 1940-42, divenne membro, poi bibliotecario, dal 1943 al 1946, dell’Accademia di Romania a Roma.
Si laureò con Gaetano De Sanctis e strinse una lunga amicizia con il numismatico Attilio Stazio.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l’evoluzione politica del suo paese, avranno pesanti ripercussioni sulla sua vicenda biografica: con la perdita della cittadinanza rumena il suo status si trasformò in quello di apolide.
Risale a questi tempi il suo primo incontro con Mario Napoli, anch’egli futuro archeologo, conosciuto all’interno del campo profughi di Bagnoli.

Dopo il conflitto iniziò la sua straordinaria attività di archeologo, con l’uso innovativo e pioneristico di un sistema di utilizzo della prospezione aerea. L’opera di attento e paziente confronto tra le evidenze superficiali e le aerofotografie, gli permetterà di individuare un gran numero di antichi abitati, alcuni dei quali noti fino ad allora solo attraverso le fonti scritte, in altri casi assolutamente sconosciuti.
Nell’immediato dopoguerra ricevette un importante incarico dalla Commissione Alleata in Italia per la sistemazione degli istituti germanici, ed in seguito fu nominato bibliotecario del prestigioso Istituto Archeologico Germanico di Roma.
Alla fine del 1949, nello stato di semi-clandestinità dovuto alla sua condizione di apolide, potè continuare la sua attività di ricerca solo grazie alla disponibilità di amici e colleghi, da cui venne chiamato a partecipare alla ricerca archeologica in Sicilia.
Nel 1954, ormai italiano a tutti gli effetti, entrò nei ruoli del Ministero della Pubblica Istruzione come ispettore archeologo presso la Soprintendenza di Agrigento.

Dinu Adameșteanu in Sicilia

Con questa qualifica, continuò le attività di ricerca nel territorio di Gela, sempre focalizzate sulla tematica dei rapporti tra popolazioni locali e coloni greci. L’allestimento del nuovo Museo Archeologico di Gela, nel 1958, segnò il momento finale della sua lunga attività di ricerca, compiuto in piena sinergia con Pietro Orlandini: “Les deux de Gela”, come era solito chiamarli George Vallet.
In Sicilia Adamesteanu collaborò con la Soprintendenza di Siracusa (con Bernabó Brea Soprintendente) e con quella di Agrigento, presieduta da Pietro Griffo. Grazie a questi dirigenti venne chiamato a dirigere l’esplorazione di Butera e di Gela, che compirà in collaborazione con un’altra pietra miliare dell’archeologia Italiana, il già citato Pietro Orlandini, portando avanti, in particolare, negli anni dal 1951 al 1961, la ricerca nell’area delle antiche fortificazioni siciliote.
In questo periodo Dinu scoprì diversi insediamenti (indigeni, romani, bizantini), nei quali la ricerca si è protratta fino ai giorni nostri. In questa fase Adameșteanu fece suo un tema culturale già caro a Vasile Pârvan, che nel suo Getica aveva posto l’accento sull’importanza dello studio dei rapporti tra colonizzatori greci e popolazioni indigene.
In Sicilia, il metodo della foto aerea, e precisamente a Leontini, permise di individuare e portare poi alla luce le fortificazioni della polis siceliota, con mura che si sviluppavano con spessori di 20 metri sulla collina di San Mauro e culminavano a sud nella “Porta siracusana”, citata da Polibio, portata alla luce proprio in quell’occasione.

Anche per Dinu Adameșteanu esso ha costituito l’argomento di ricerca privilegiato, costantemente affrontato in tutti i momenti della sua attività, dal Mar Nero, alla Sicilia, alla Basilicata. Ed è stata forse proprio questa sua pluralità di esperienze che gli ha consentito di intuire e proporre, con notevole anticipo rispetto agli studi successivi, l’esistenza di forme di convivenza tra Greci e indigeni, diverse da quelle stereotipate del modello coloniale”.

(Liliana Giardino. Omaggio a Dinu Adameșteanu)

Gli scavi nell’area delle fortificazioni settentrionali di Leontini

Ma l’intuizione di Adameșteanu aveva ben più ampia portata: le tecniche di aerofotografia diventarono strumenti fondamentali per la tutela del territorio ed egli se ne servì per l’individuazione delle aree di interferenza tra i siti di interesse archeologico e i piani di costruzione di grandi opere. Lo studioso rumeno, con mostre organizzate in Italia e all’estero, estese le potenzialità offerte dall’integrazione della ricerca archeologica tradizionale coi metodi di fotografia aerea e di fotointerpretazione della prospezione aerea.
Si servirà inoltre di quelle tecniche per lo studio degli antichi assetti urbanistici e territoriali della città di Spina e del suo retroterra nel Delta padano.
Grazie a questa sua speciale sensibilità, ed ai risultati raggiunti, dopo che, nel 1954, ottenne finalmente la cittadinanza italiana per meriti scientifici, nel 1958 gli venne affidato l’incarico di creare l’Aerofototeca, sezione staccata del Gabinetto Fotografico Nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione, che lui dirigerà dal 1958 al 1990.
In questo istituto, unico nel suo genere in Europa e in America, sono state raccolte fotografie aeree, planimetriche e stereoscopiche del territorio italiano riprese durante la Seconda guerra mondiale dalle forze aeree italiane, dall’aviazione statunitense, dalla Royal Air Force britannica, e dalla Luftwaffe tedesca.
Questa delle immagini aeree si è rivelata una fonte molto ricca per ricostruire la topografia antica. A queste documentazioni fotografiche furono aggiunte quelle derivanti dall’attività dell’Istituto Geografico Militare e dell’Ufficio Tecnico Erariale di Firenze.
Dopo aver lasciato la Soprintendenza di Agrigento, nel 1964 fu nominato anche  Soprintendente alle Antichità della Basilicata ed alla sua opera instancabile va ascritto anche il merito della realizzazione degli scavi nel Melfese, con la scoperta dell’antica Heraclea, e la creazione del Museo Nazionale della Siritide.    
Adamesteanu, nonostante i gravosi e continui impegni istituzionali, trovò anche il tempo per produrre una copiosa e ricca bibliografia.

Dinu Adameșteanu a Philosophiana, il sito romano che si trova tra Mazzarino e Piazza Armerina

Arrivò Basilicata nel 1964, nella regione che lui stesso descrisse come la terra che aveva tante volte visto e “letto” dall’aereo nella quale, attraverso la fotointerpretazione, aveva colto le tracce del tessuto stradale di città antiche (Metaponto, Eraclea); e aveva ammirato le grandi vallate fluviali che, come autostrade antiche, collegavano le zone montuose dell’interno lucano con la costa della Magna Grecia.
Vi rimarrà per 13 anni, svolgendo uno straordinario lavoro di ricerca, con il coinvolgimento di molti studiosi italiani e stranieri, in tutto il territorio lucano, e con la realizzazione dei parchi archeologici di Heraclea-Policoro, Metaponto, Venosa, Grumentum, Rossano e Serra di Vaglio e Melfi.
Lo studio di alcuni centri (Metaponto, Herakleia-Policoro, Serra e Rossano di Vaglio) fu curato da lui in maniera diretta. Al Museo Provinciale di Potenza, unica struttura presente in Basilicata prima dell’istituzione della Soprintendenza, si affiancarono presto, ristrutturati o creati ex novo, quelli di Matera, Policoro, Metaponto e Melfi.
Nei pochi mesi tra la fine del 1977 e l’aprile 1978, lo studioso conobbe una breve parentesi come Sovrintendente archeologico della Puglia, distinguendosi per la salvaguardia di alcuni siti archeologici messapici.
Per l’apprezzata attività archeologica e per le ricerche fatte, nel 1973 vinse il Premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei, il premio letterario “Carlo Levi” (2000); La Légion d’honneur dalla Repubblica Francese nonché la Stella della Repubblica di Romania (2003).
Due anni dopo, il 30 ottobre del 1980, gli fu conferita dalla Presidenza della Repubblica una medaglia d’oro come “benemerito della cultura e dell’arte”.
Ritornato alla sua residenza di Policoro, continuò a lavorare per portare a termine diverse pubblicazioni e per continuare a operare come consulente scientifico dell’Accademia di Villa Giulia, della British School e dell’Ecole Francaise. 
Dal 1971 al 1983 fu docente all’Università di Lecce di Etruscologia e antichità italiche, di topografia dell’Italia antica, oltre che Direttore dell’Istituto di Archeologia, del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, e della Scuola di specializzazione in Archeologia classica e medievale presso la medesima università.
Ha anche allestito due importanti mostre: nel 1971, a Napoli, sui Popoli Panellenici in Basilicata; nel 1986, a Milano quella sui Greci nel Basento, infine la mostra sugli scavi archeologici all’Incoronata di Metaponto 1971-1984.
Poi, finito l’impegno attivo nell’Amministrazione pubblica, Dinu Adamesteanu sceglierà di restare in Basilicata, a Policoro, da dove si allontanava solo per ricevere premi e riconoscimenti, regionali e internazionali, per partecipare a convegni, o per rivedere i suoi familiari in Romania.

Dinu Adameșteanu

Tra le suoi scritti: oltre i contributi sulla Basilicata in numerose riviste scientifiche, ha pubblicato Metaponto (1973); La Basilicata antica. Storia e monumenti (1974); Macchia di Rossano: il santuario della Mefitis. Rapporto preliminare (1992, in collab. con H. Dilthey), Gela, scavi e scoperte (1956); Scavi di Cesarea Marittima (1966), la Puglia dal Paleolitico al Tardoromano (1979); Dal Mar Nero allo Jonio (1994).
Dallo studio-biblioteca della sua casa, posta su un’altura dominante la vallata dell’Agri, poteva abbracciare con lo sguardo il territorio dell’antica Siritide e così riconoscere le “terre del Santuario di Dioniso” e spaziare oltre la linea di costa fino ad abbracciare l’intero golfo ionico, e proprio nella casa di Policoro l’illustre “lucano d’elezione” si spense il 2 gennaio del 2004.
In occasione della scomparsa di Adamesteanu, Rosario Crocetta, sindaco di Gela, città di cui Dinu aveva la cittadinanza onoraria, ebbe a dichiarare:

“E’ una grande perdita non solo per la Sicilia e l’Italia ma anche per il mondo. Perdiamo un grande archeologo che per la nostra città ha fatto tantissimo. Lo ricorderemo sempre con grande affetto e stima”.

L’archeologia italiana perse con lui un insigne studioso di fama internazionale che ha dedicato tutta la vita alla ricerca, contribuendo in maniera determinante a scrivere e riscrivere la storia del nostro passato remoto, a portare alla luce ed a valorizzare gran parte del patrimonio archeologico del nostro territorio meridionale.
Adamesteanu viene unanimemente considerato il “fondatore” dell’archeologia in Sicilia e Basilicata, soprattutto.
Trapiantato in Italia dalla nativa Romania, ha finito per diventare una figura di assoluto rilievo per l’archeologia mondiale, e questo agli albori di una ricerca che andava perdendo le caratteristiche di puro studio estetico per divenire ricerca scientifica sul campo, in un confronto e relazione diretta con il territorio.

Il Museo Archeologico Nazionale “Dinu Adamesteanu” a Potenza




BIBLIOGRAFIA:

  • AA.VV. Attività archeologica in Basilicata 1964-1977. Scritti in onore di Dinu Adamesteanu, Matera 1980;
  • AA.VV. Studi in onore di Dinu Adamesteanu, Galatina 1983;
  • Liliana Giardino, Omaggio a Dinu Adameșteanu, Istituto centrale per il Catalogo e la Documentazione, 1980.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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