Hair, quanto tempo è trascorso…

                                     

E’ incredibile come ogni film che parli di guerra, di qualsiasi guerra, girato trent’anni fa o ieri, risulti sempre attuale. E’ incredibile ma è anche atroce perché vuol dire che le classi dirigenti mondiali non hanno imparato assolutamente niente dagli sbagli compiuti.
“Hair” è stato un film che parlava di una guerra che aveva lasciato una ferita profonda nella coscienza degli Stati Uniti, quella del Vietnam, ma lo faceva in maniera diversa, usando appunto usando la forma del musical, un musical generazionale diventato uno dei più famosi show, di quelli replicati in tutto il mondo.
Lo spettacolo era la celebrazione della filosofia hippie americana, sviluppatasi sul finire degli anni ’60, e adottata da quelli definiti allora “Figli dei fiori”.
Era una parte della società giovanile che rifiutava di obbedire alle leggi dello stato (in particolare di aderire al servizio militare), credeva nell’amore universale e libero, sostenendo l’antiproibizionismo, e agognava un mondo di pace, amicizia, sesso libero e lunghi capelli.
In Hair regnava protagonista la Tribù, ma pur essendo essa composta da un gruppo di giovani uniti dagli stessi valori, ognuno dei componenti mostrava la sua particolare personalità.

Tra i personaggi, infatti, trovavamo Sheila, bella, intelligente e innamorata di George Berger (il leader carismatico) e molto affezionata a Claude, ultimo arrivato da un paesetto del mid-west per prestare il servizio armato; Woof, che si prodigava nella celebrazione delle droghe; Hud che introduceva le tematiche del razzismo e dell’interculturalità; Jennie, una ragazza incinta non si sapeva bene per opera di chi, disillusa e frizzante.
Nei suoi ultimi due giorni da uomo libero, Claude frequentava la comunità di hippies, innamorandosi di una ricca borghese che sembrava sia più interessata al capobanda vagabondo che al futuro soldato. I ragazzi della compagnia non riuscivano a convincere Claude a disertare, ma gli amici, decisi però a fargli incontrare per un’ultima volta Sheila, si dirigevano al campo e Berger, sostituendolo per consentirgli di rimanere qualche ora con la donna che ama.
In questo breve lasso di tempo, il campo veniva evacuato e i soldati fatti salire a bordo di un aereo in partenza per il Vietnam. Il pacifista Berger si trovava così, suo malgrado, a combattere una guerra in cui non credeva, mentre il giovane Claude riusciva ad ottenere la libertà. Berger risulterà poi una delle innumerevoli vittime del conflitto.

Berger e Claude

“Hair” fu sicuramente uno dei musical più rivoluzionari del periodo, per ragioni svariate: contenuti trasgressivi, musiche decisamente rock (una grande novità per l’epoca), assenza di protagonisti e di una vera e propria trama, un cast di giovanissimi artisti al tempo sconosciuti, una scena di nudo integrale e molto altro.
La contestazione giovanile degli anni Sessanta aveva rivendicato la libertà e l’uguaglianza sessuale, i cui simboli hanno poi finito per costituire col tempo altrettanti elementi di omologazione di massa.
Come risulta dal titolo della commedia musicale, uno di questi simboli era rappresentato dalla libertà di portare i capelli lunghi, anticipando la successiva moda unisex.
Quelle chiome lunghe servivano appunto ad identificare il modo d’essere della generazione hippy.
“Hair” in effetti rappresenta il prodotto forse più importante della controcultura degli anni Sessanta ed il suo imponente successo ha significato un autentico terremoto nella cultura statunitense e ha di certo contribuito a diffondere l’opposizione pacifista alla guerra del Vietnam.

Treat Williams nei panni di George Berger nel musical “Hair” diretto da Miloš Forman

Numerose canzoni presenti nell’opera sono diventate altrettanti inni contro l’interventismo statunitense. L’irriverenza nei confronti della bandiera statunitense, il modo in cui sono descritti l’uso illegale di droghe e la sessualità, le scene di nudo (accade che l’intero cast sia nudo in scena) hanno provocato a suo tempo numerose controversie, ma è certo che “Hair” ha contribuito alla ridefinizione stessa del musical theatre, partorendo il genere del musical rock. Altre novità importanti furono l’utilizzo di un cast multietnico e l’invito rivolto al pubblico, nel finale, di partecipare in scena ad un be-in.
Dopo un debutto off-Broadway, nell’ottobre del 1967 al Public Theater, fondato da Joseph Papp, ed una replica in una discoteca della Midtown di Manhattan, lo show esordì a Broadway, al Biltmore Theatre il 29 aprile del 1968. A questo esordio seguirono 1750 performance. Seguì, a breve distanza, una produzione londinese (1997 repliche). Da allora, numerosissime sono state le sue produzioni teatrali e musicali in tutto il mondo.

Nel 1979 divenne un film di Milos Forman, che di quello spirito ribelle non poteva che rappresentare un accorato omaggio postumo. Il mito nostalgico non è mai tramontato, e anche le successive generazioni ne hanno avvertito il richiamo; la stessa fascinazione che si produsse in un Forman che, appena giunto in America dalla nativa Cecoslovacchia, colpì coloro che assistettero al primo allestimento teatrale dello show nel 1967.
Il film del regista cecoslovacco rielaborava per il grande schermo l’omonima commedia rock portata sulle scene nel 1967, considerata precorritrice del movimento New Age. Questo movimento, nato all’inizio degli anni Settanta in California, finì per svilupparsi poi su scala globale attraverso le iniziative di promozione di una nuova spiritualità che fa professione di fede nell’avvento di una Nuova Era. Tale credenza fondava la propria autorità su alcune profezie degli indiani d’America e sulla dottrina orientale dei cicli cosmici, secondo cui il fenomeno astronomico della precessione equinoziale determina nel corso dei millenni un avvicendamento delle costellazioni zodiacali che sorgono lungo l’eliaca del sole all’equinozio di primavera.
La dottrina dei cicli cosmici si sposava inoltre con le credenze millenaristiche della tradizione giudeo-cristiana. L’ Era presa in considerazione, che aveva avuto inizio con la nascita di Cristo duemila anni orsono si riversava nella costellazione dei Pesci, che stava tuttavia volgendo al termine per lasciare il posto all‘Era dell’Acquario, che sarebbe stata caratterizzata dalla pace nel mondo e dall’avvento di una nuova spiritualità, in armonia con l’uomo e natura.
La trama in maniera succinta è questa: Claude Bukowski, un giovane dell’Oklahoma giunge a New York per il servizio militare, ma a Central Park incontra un gruppo di coetanei che hanno bruciato le cartoline di precetto. Si tratta di alcuni hippies che fanno professione di pacifismo e si ribellano alle convenzioni sociali.

L’attore John Savage interpreta Claude Bukowski

Bukowski, avendo a propria disposizione alcuni giorni prima di presentarsi alla base militare, si aggrega a questi ultimi ed insieme a loro s’intrufola al ricevimento per il compleanno di Sheila, una giovane di buona famiglia che aveva visto cavalcare nel parco e di cui si era innamorato.
A seguito degli incidenti che derivano dalla presenza degli intrusi alla festa di compleanno, intervengono però le forze dell’ordine che arrestano i giovani hippies.
Tuttavia, Bukowski offre i propri risparmi per pagare la cauzione che serve a rimettere l’amico George Berger in libertà, il quale riesce a sua volta a procurarsi il danaro sufficiente per far scarcerare anche gli altri.
Bukowski, prima di raggiungere il campo militare, passerà la sua ultima serata da civile con gli amici e con Sheila, provando l’esperienza di un “trip” a base di Lsd.
Trascorso qualche tempo, gli amici al fine di consentirgli di rivedere Sheila, con cui aveva litigato, organizzano un viaggio al campo militare dove presterà servizio. George si sostituirà a lui per il tempo strettamente necessario a favorire l’incontro tra i due innamorati, ma qualcosa va storto e, sotto le mentite spoglie di Bukowski, George è costretto a partire per il Vietnam, da cui ritornerà in una bara.
Gli amici si ritroveranno così sulla sua tomba, mentre la folla manifesta a favore della pace davanti alla Casa Bianca.

Sia il musical-rock che il film ispirato ad Hair raccontavano la cultura hippy e la rivoluzione sessuale di quegli anni attraverso le vicende di quel gruppo di giovani di New York che si ribellavano alla guerra in Vietnam.
All’interno di questo gruppo, spiccano alcuni personaggi, i veri protagonisti che porteranno avanti l’intreccio, che risulterà divergente dal musical teatrale al film: in quest’ultimo, infatti, Claude è un giovane del mid-west che incontra il resto del gruppo mentre si trova a New York per rispondere alla chiamata in guerra, e metterà in dubbio la propria decisione man mano che scopre lo stile di vita e la filosofia dei suoi nuovi amici.
Nella rappresentazione teatrale originale egli fa un percorso opposto, essendo fin dall’inizio uno dei membri più carismatici del gruppo e mettendo invece in dubbio i propri ideali nel momento in cui viene arruolato.
Particolarità del musical è quella di aver debuttato al di fuori di Broadway, dove è stato rappresentato per la prima volta il 29 aprile del 1968, e di aver suscitato parecchie polemiche per alcune scene in cui gli attori erano nudi sul palco, a rappresentazione della promiscuità sessuale e a derisione dell’America di allora.
In generale è una rappresentazione delle idee dei giovani ribelli del tempo, dalla solidarietà interraziale al pacifismo, fino al un proto-ambientalismo.
Hair è stato definito il primo musical rock, ma in realtà non si può ridurre solo a questo il carattere delle canzoni che ne compongono la colonna sonora: in generale l’intenzione del compositore MacDermot era invece quella di creare un suono funk, che si nota soprattutto in canzoni come “Colored Spade”. Inoltre, egli aveva studiato la musica della tribù africana dei Bantu, chiamata kwela, la cui particolarità è quella di porre l’accento secondo ritmi insoliti: questa tecnica è usata ad esempio nella canzone “Ain’t got no grass”, particolare anche nel testo che inneggia alla bellezza di non possedere niente ed essere pertanto liberi da qualunque costrizione materiale. Naturalmente le canzoni, oltre ad essere espressione dei caratteri dei personaggi e portare avanti la trama, espongono anche le idee e la filosofia dei giovani hippy, come “Aquarius” che parla dell’avvento dell’era dell’Acquario, portatrice di pace ed armonia in Terra.

Aquarius

La colonna sonora alterna momenti di scherno e di leggerezza ad altri in cui entrano in gioco le storie personali dei protagonisti al fianco degli orrori della guerra, guerra che entrerà prepotentemente nelle vite di questi ultimi determinando la fine tragica del musical. Gli ideali del gruppo di giovani non vengono assunti in maniera assoluta ed acritica, ma vengono anche messi in discussione in una canzone come “Easy to be hard”, malinconicamente blues.
In generale, a prescindere dalla condivisione o meno della cultura hippy, è innegabile il fatto che il fine ultimo del musical era quello di veicolare un messaggio di pace e fratellanza, andando contro l’inumanità della guerra e dei pregiudizi della gente.
Emblematiche a questo proposito sono “Walking in space”, in parte un tipico brano da musical, in parte un coro da pelle d’oca che afferma l’amore universale, e la celeberrima “Let the sunshine in”, che apre ad un finale di speranza.

Let the sunshine in

“Hair” è entrato nell’immaginario dei musical come una delle pietre miliari del genere e, anche se si può concedere alla critica una certa cristallizzazione operata su alcuni personaggi e su alcuni aspetti della cultura rappresentata nella trama, questo è qualcosa di perdonabile al confronto con l’incredibile ricchezza della musica e dei testi della colonna sonora.
Il 1979 fu l’anno di un irripetibile tris di film culto dedicati al Vietnam: “Apocalypse now”, “Hair” e “Il Cacciatore”, che in realtà fu realizzato l’anno prima ma fu distribuito nelle sale solo dal febbraio del 1979.
La strage del Vietnam ebbe fine con la resa di Saigon il 30 aprile del 1975 e probabilmente risultò più semplice analizzarla qualche anno dopo, ad armi deposte, ma con l’eco del conflitto non ancora placata, dato che c’erano da affrontare diversi suoi strascichi, come l’annosa questione dei reduci.
Dopo 1750 repliche a Broadway dal 1968 al 1972, nel 1973 fu proposto a George Lucas di girare il film omonimo. Il regista rifiutò perché impegnato a girare “American Graffiti”, allora, la sceneggiatura fu accettata da Milos Forman, quattro anni dopo il successo degli Oscar di “Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo”.

Miloš Forman

Forman riadattò pesantemente la versione teatrale modificando anche la sequenza dei brani della colonna sonora originale (vincitrice di un Grammy nel 1969) di Galt MacDermot su testi di Jerome Ragni e Jim Rado, che non ne furono molto felici.
La pellicola fu presentata fuori concorso al 32mo Festival di Cannes e vinse due David di Donatello come titolo straniero per la migliore regia e per la migliore colonna sonora.
È stato imputato al film di essere arrivato in ritardo poiché l’onda del movimento hippy che professava la pace, l’amore libero e l’uso delle droghe necessarie ad aprire le porte della percezione, si stava lentamente placando.
In verità, il Vietnam e la sua contestazione sono meno presenti nel film di Forman rispetto al musical, e questo fu il motivo principale per cui gli autori quasi lo rinnegarono. L’obiettivo del regista fu piuttosto quello di rappresentare ideali e comportamenti di una controcultura che, se non era più da considerarsi hippy, certamente si inquadrava nella sua principale derivazione: la New Age.
La lotta contro il perbenismo, l’autoritarismo, il militarismo, certo rimane, ma si manifesta solo con fiori, sorrisi, musica, amore e tante speranze: quelle dell’arrivo dell’Era dell’Acquario.
In ogni caso, a più di quarant’anni di distanza, l’impronta che lascia Hair è essenziale se non altro per aver trasmesso, con delicatezza e ironia irraggiungibili, i messaggi forti di una certa cultura attraverso gli strumenti più adatti: la musica e la recitazione.
Un film esuberante, rimasto un simbolo della controcultura hippie – per quanto arrivato ‘a tempo scaduto’ rispetto alla versione Off-Broadway originale – per aver saputo riproporre le inquietudini di quella generazione.

Lo scatenato ballo di George sulla tavola imbandita

Un’elegia antimilitarista che conquista e coinvolge con il dinamismo delle sequenze musicali prima che per il messaggio che trasmette.
Ben oltre le toccanti sequenze finali. La libertà concessa al regista dalla forma cinematografica rispetto alla teatrale, e la sua scelta di girare principalmente in esterni, si rivelano essenziali dare corpo a dei testi perfettamente integrati con la narrazione per immagini di un omaggio a pace e amore la cui energia continua a non essere intaccata dal passare del tempo.
La meticolosità del regista di origine ceca trovò conferma nella lunga fase di casting, che tra provini e contatti di grandi nomi potenzialmente coinvolgibili, durò più di un anno. Tra i tanti che si presentarono alle audizioni ci furono anche due giovanissimi Madonna e Bruce Springsteen.

Solo per le sequenze girate a Central Park furono circa diecimila i newyorkesi ingaggiati come comparse nei numeri relativi a “Colored Spade”, “Ain’t Got No” (“I’m Black”) e “Aquarius”. Sempre riguardo al regista, la leggenda vuole che lo scomparso Forman avesse tentato di realizzare una produzione teatrale di “Hair” a Praga nel 1968, tentativo vanificato dall’invasione sovietica.
Inoltre Forman avrebbe voluto avere Brad Dourif nel ruolo di Claude Hooper Bukowski, andando poi sul sicuro con John Savage, che aveva già diretto nel suo film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Per Savage fu il secondo film consecutivo sul Vietnam dopo la partecipazione a “Il cacciatore” (1978).
Se un film può farci arrabbiare e commuovere facendoci vedere un mondo disastrato dove contano soltanto gli interessi e i soldi, dove la gente comune viene mandata al macello per accontentare le aziende di armi o di petrolio e altri interessi tenuti celati, allora ben venga questo tipo di cinema, perché è questo di cui abbiamo bisogno.
Se quel movimento che stracciava le cartoline di precetto in piazza e che contava milioni di persone non è riuscito a fermare una catastrofe, così come non ci sono riuscite tutte le marce della pace che hanno attraversato le strade di tante città di oggi come di ieri, ciò non vuol dire che dobbiamo smettere di credere, anzi è un nostro dovere proseguire su questa strada contro le guerre. Così come è dovere del cinema, della musica e della cultura aiutare a far sì che la gente almeno sappia quanto è spaventoso quello che può succedere e che sta già succedendo.

George si ritrova, suo malgrado, a partire per il Vietnam

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.