l’incredibile viaggio di Cosma Manera

                         

Tra il 1916 e il 1920 il maggiore dei carabinieri Cosma Manera riuscì a compiere una delle più eclatanti missioni di recupero prigionieri dell’epoca moderna.
Prelevò dalla Russia oltre diecimila ex soldati italiani delle cosiddette terre irredente, arruolati nell’esercito austro-ungarico, e percorse in condizioni climatiche estreme, un lungo tragitto dalla Siberia fino alla Concessione italiana di Tientsin e poi, via mare, fino in patria.
La sua storia è di quelle che sembrano fatte apposta per diventare un film d’azione, perchè la missione assegnatagli in pratica era quasi impossibile. Proprio quest’anno ricorre il centenario di quell’incredibile avvenimento.

Il colonnello Cosma Manera in alta uniforme

Fu lui, Cosma Manera, capitano dei Reali carabinieri, nato ad Asti da Ferdinando e da Delfina Ruggero, ad essere scelto per la Missione militare italiana in Siberia.
Il suo incarico era quello di recuperare le migliaia di italiani prigionieri in Russia.
Si trattava di prigionieri italiani “irredenti”, cioè nati nel territorio italiano non ancora “liberato”, e quindi soggetti alla competenza militare della bandiera austro-ungarica.
Nel corso del primo conflitto mondiale erano stati inviati a combattere sul fronte russo, e quelli che non erano stati fatti prigionieri, si erano dispersi in quelle lande sconfinate.
Quella della loro storia è una memoria che è stata cancellata per troppo tempo.
Per i fascisti, che andarono al potere subito dopo la guerra, quei soldati erano dei traditori, ma in realtà si dovrebbe ricordare che se partirono, fu per un bando di leva promulgato da quello che politicamente era il loro Stato.
Furono combattenti vilipesi perché lottarono e morirono con la divisa dei “nemici”.
Anche durante la prigionia, erano tormentati dal dramma di sentirsi addosso due identità in conflitto, ma che anteposero il giuramento di fedeltà all’appartenenza etnica.
Uomini che si trovarono a condividere il rancio e le sofferenze con altri combattenti, uniti dal diverso lato del fronte.

Soldati italiani dell’esercito austro-ungarico

Il capitano Cosma Manera doveva radunarli e riportarli in Italia.
Era una missione che anche al giorno d’oggi farebbe tremare i polsi a chiunque, vista la enorme vastità del campo in cui ci si doveva muovere Cent’anni fa, verso il termine della Grande guerra, quel compito doveva sembrare quasi disperato.

L’ufficiale astigiano portò tuttavia a compimento la sua missione affrontando ogni tipo di difficoltà.
Per i tre anni che richiese la missione, riportare a casa i soldati irredenti fu il suo unico pensiero ed ogni sua giornata fu spesa per questo obiettivo.
Riuscì infine a raggiungere alcuni dei soldati prigionieri e li raggruppò a Kirsanov: li inquadrò militarmente, occupandosi anche del loro vettovagliamento.
A quel punto iniziò la parte più difficile dell’impresa: riportarli in Italia.

Si impegnò in un intenso lavoro diplomatico per avere l’autorizzazione al rimpatrio, ma prima che l’operazione si perfezionasse, scoppiò la rivoluzione bolscevica, il che che costrinse Manera e i suoi uomini a lasciare Kirsanov e a dirigersi verso Vladivostok per imbarcarsi.
L’arrivo dell’inverno rese tutto vano.

Prigionieri triestini a Kirsanov

l’italiano si risolse allora a passare per la Cina e cominciò così un lungo viaggio per raggiungerla, per arrivare alla Concessione Italiana di Tientsin. Sul posto riorganizzò gli “irredenti” in un presidio militare italiano della zona.
Ci vollero comunque oltre due anni prima di effettuare il rimpatrio in Italia, ma nel frattempo Cosma Manera si spostò più volte in Russia per andare a prendere altri soldati di cui, via via, aveva notizia.
Il ritorno in patria avvenne solo nel 1920 così il capitano Cosma Manera, da allora, rimase famoso come “il padre degli irredenti”.

Agli inizi del 1900 il 56% della popolazione italiana era analfabeta, l’elettricità si usava solo da vent’anni e nella maggioranza delle case e dei negozi si usavano ancora lumi a petrolio.
L’acqua corrente c’era solo nelle città più grandi, le stazioni ferroviarie erano poche e viaggiare da Napoli a Venezia era un’avventura.
L’Impero Austro ungarico comprendeva, tra l’altro, il Trentino, la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, luoghi in cui la popolazione era di lingua italiana.
Gli abitanti di quelle zone, ritenuti inaffidabili, furono i primi candidati a diventare carne da cannone per il fronte russo.

Decine di migliaia di sudditi asburgici di lingua italiana partirono per combattere per il loro Imperatore.
L’Italia, intanto con una capriola diplomatica da alleata diventò nemica dell’Austria, così quando la guerra finì nel 1918, e l’Impero asburgico si disfece, Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia, Istria e Zara furono annessi al suo territorio nazionale.
Per quei soldati rimasti in Russia improvvisamente non esisteva più una patria: loro stessi non sapevano più a quale stato appartenessero.
Erano uomini letteralmente fiaccati, dentro e fuori, alcuni relegati in campi di prigionia affamati e malati, altri mendicanti per le strade, al freddo, fra sommosse rivoluzionarie ed epidemie, in un mondo troppo vasto per riuscire a tornare da soli alle proprie famiglie.

Soldati italiani a Tientsin

L’Italia gli rimproverava la colpa di non essersi redenti arruolandosi nell’esercito italiano, in modo da guadagnarsi la cittadinanza italiana.
Se non lo fecero fu per varie ragioni, non ultimo il fatto di esser nati e cresciuti in un mondo asburgico, in cui la vita non era certo scomoda e non si facevano differenza tra le tante etnie.
L’Italia, in ogni caso, per recuperarli mandò in Russia tre ufficiali dei Carabinieri: il maggiore Squillero, il capitano Moda e il capitano Manera.

Cosma Manera

Marco Cosma Manera, nato ad Asti il 15 giugno 1876, era uscito dal collegio militare con il grado di tenente, e dopo un’esperienza a Creta in un battaglione di fanteria, era entrato nei Carabinieri Reali nel 1901.
Dotato di una naturale propensione per le lingue (parlava francese, inglese, tedesco, greco, turco, bulgaro, serbo e russo), la sua prima missione si era svolta in Macedonia: nel 1904 il governo ottomano si era rivolto ai Carabinieri italiani per organizzare una gendarmeria.
In breve tempo Cosma aveva organizzato più di un migliaio di reclute musulmane e ortodosse che operavano insieme senza problemi.
La tribù di una di queste minoranze lo aveva però rapito, poi condannato a morte, ma quando il suo capo aveva scoperto che il tenente portava il suo stesso nome, Cosma, per scaramanzia aveva deciso di risparmiarlo.
Da allora, il tenente Manera aveva deciso che avrebbe usato solo il suo secondo nome, dato che gli portava fortuna.
Tornato in patria era ripartito subito per una campagna in Albania, poi, durante la prima guerra mondiale, era sopravvissuto all’inferno bellico del Cadore, tornando coi gradi di Capitano.

Doti organizzative, capacità linguistiche ed esperienza di operatività in condizioni proibitive: Manera era l’uomo ideale per tentare il recupero degli irredenti.

Cosma e gli altri ufficiali si imbarcarono così a Newcastle, poi attraversarono Svezia e Finlandia per arrivare a Pietroburgo il primo agosto del 1916: addosso avevano solo le divise e 94.000 lire in oro, nascoste nei calzini.
I tre raggiunsero l’avamposto della missione italiana nella situazione peggiore possibile: in Russia stava scoppiando la guerra civile e dovevano rintracciare gli irredenti dispersi in ben 45 governatorati dell’Impero zarista.
Avrebbero poi dovuto raggrupparli ed evacuarli e il tutto prima che arrivasse l’inverno, perché il freddo avrebbe bloccato i trasporti e li avrebbe costretti ad passare sei mesi di attesa in mezzo a una popolazione drogata di propaganda contro gli stranieri.

Manera (secondo da destra nella fila centrale) ritratto con comandanti e ufficiali della missione alleata in Siberia

La prima via d’uscita funzionale era il porto di Arcangelo, nel mar Bianco. Lì erano ormeggiati piroscafi asburgici ancora in buono stato, così il lavoro di intelligence iniziò a dare risultati.
Manera e i suoi rintracciarono un primo scaglione di irredenti: 33 ufficiali e 1665 uomini di truppa.
Li radunarono e li mandarono a Arcangelo nel settembre 1916, da qui un piroscafo li portò in Inghilterra.
Sembrava tutto risolto, così Manera, nominato Maggiore, si trattenne, mentre gli altri ufficiali tornarono in Italia.
Acquartierato a Pietroburgo, Cosma, sfruttando il campo di prigionia di Kirsanov, lo trasformò in un centro di raccolta stabile nel quale riunire altri scaglioni che avrebbero dovuto fare lo stesso tragitto di quelli precedenti. Trovò altri trentini nei campi di prigionia a Omsk, dove vivevano a -40°, tra topi e colera.

La caserma in cui erano alloggiati gli ex prigionieri

Nel luglio del 1917, Manera aveva già radunato 57 ufficiali e 2600 uomini di truppa e si stava già preparando a un secondo viaggio, quando scoppiò la rivoluzione.
Porti, stazioni ed edifici furono presi dalle guardie rosse mentre il Comitato centrale, comandato da Lenin, guidava le rivolte delle campagne.
La Russia sprofondò nell’anarchia: tutti i contatti di Manera sparirono o cambiarono schieramento e il porto di riferimento, Arcangelo, diventò inutilizzabile per il ghiaccio.

I rifornimenti di viveri si interruppero e tutte le comunicazioni saltarono, mentre una città dopo l’altra si trasformava in teatro di lotta.
Scappare via mare era impossibile: gli uomini, per tornare in Italia, avrebbero dovuto attraversare zone in tumulto, senza armi, ed erano uomini spossati da anni di fame e prigionia.
Un suicidio, in pratica.

Manera scoprì però che la linea Transiberiana funzionava ancora, ma andava in direzione opposta all’Italia.
L’ufficiale fissò allora un punto di ritrovo a Vladivostok e con vari stratagemmi, nascose piccoli gruppi di prigionieri nei vagoni merci.
A ogni convoglio Cosma fece agganciare un carro bestiame così che di notte, di nascosto, salissero 50 prigionieri per volta sul carro. Inoltre procurò cibo per tutti.

Manera tra gli ufficiali della Legione Redenta

Un convoglio dopo l’altro, arrivarono tutti a Vladivostok e anche lui partì con l’ultimo gruppo.
Fu un viaggio di una difficoltà allucinante che durò settimane, ma funzionò sia dal punto di vista logistico che da quello psicologico.
Per quegli uomini, vedere un ufficiale che pativa con loro il freddo, la fame e le pulci era un’immagine rinvigorente.
Una volta che fu arrivato, Manera venne celebrato dagli irredenti come un salvatore.
L’Italia, però, adesso era ancora più distante e il ghiaccio impediva le partenze da Vladivostok.
Manera, tuttavia, sapeva che in Cina esisteva una colonia italiana, denominata Concessione italiana di Tientsin, un porto della Manciuria con concessione commerciale avuto da Roma per la sua partecipazione alla repressione della rivolta dei Boxer.
Manera e i suoi la raggiunsero a piedi, dividendosi in gruppi, e una volta lì restarono in attesa.

Lo Stato italiano rimase molto stupito quando si vide recapitare un telegramma dalla Cina col quale Manera comunicava che gli irredenti erano stati trasformati in una formazione dell’esercito italiano: un battaglione multietnico di trentini, friulani, sudtirolesi ma anche sloveni, croati e serbi, chiamato Legione Redenta di Siberia, ufficialmente al servizio dell’Italia, ma in realtà disposto a dare la vita solo per quell’ufficiale che ormai tutti chiamavano “papà”.

Reparti della Legione Redenta davanti alla loro caserma nella Baia di Gornostai, presso Vladivostok, in Siberia (ottobre 1918)

L’Italia reagì con scarso entusiasmo anche perché aveva appena finito di gestire l’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio, ma Manera era pur sempre un ufficiale dei Carabinieri, non un poeta megalomane!

Cosma venne quindi nominato Addetto Militare dell’Ambasciata italiana a Tokyo con residenza a Pechino, cosa che, garantendogli carta bianca, gli avrebbe aperto qualsiasi porta.
Manera riorganizzò gli uomini in tre battaglioni, li addestrò ed in pochi mesi riuscì a trasformare quel gruppo di sbandati senza patria nè futuro, in un reparto di elite, capace di ampliare la ricerca di altri irredenti con l’aiuto del Consolato italiano e di quello inglese.
Il metodo di recupero improvvisato dal maggiore Manera diventò un sistema vero e proprio ed il suo lavoro ebbe l’ammirazione mondiale.

Soldati della Legione Redenta sfilano in Siberia

Il recupero degli irredenti stava procedendo spedito quando le truppe bolsceviche attaccarono la Transiberiana per strapparla dal controllo zarista.
La Russia ormai era nel caos, c’erano epidemie e i viveri scarseggiavano per tutti.
Le armate zariste non furono in grado di difendere il treno, così Manera decise di sfruttare il suo piccolo esercito in battaglia.
Due giorni prima, però, a Tientsin, si erano presentati trecento uomini con strane uniformi militari italiane, guidati da un Capitano che mise a disposizione la sua “brigata Savoia”, un raggruppamento che non risultava in nessun archivio militare.
Nemmeno quel Capitano figurava nei registri, ma lui stesso non ne fece mistero: era un commerciante di Benevento, tale Andrea Compatangelo, che agli inizi della guerra era emigrato a Samara, una cittadina sul Volga dove c’era la sede del Komuch, governo democratico.
Compatangelo viveva di esportazioni e faceva il corrispondente per l’Avanti, giornale diretto da Mussolini.

Andrea Compatangelo

Con la rivoluzione d’ottobre la cittadina era sprofondata nel panico soprattutto gli emigrati italiani.
Lui era venuto a sapere che c’erano degli altri irredenti nelle prigioni intorno a Samara, così si era autonominato Capitano “di una grande potenza occidentale”, per trattare la consegna dei prigionieri con le autorità, e mentendo in maniera convincente riuscì a liberarne a centinaia. Una volta fuori fece cucire delle uniformi per loro, inquadrandoli nella sua “Brigata Savoia”.
Nel luglio 1918 questa scalcagnata brigata rubò un treno militare e partì sulla linea Transiberiana verso Vladivostok, ma Compatangelo e i suoi uomini si fermarono spesso per combattere assieme a zaristi e cecoslovacchi in cambio di armi e viveri.

La pratica dopotutto vale più della teoria: in poche settimane la brigata Savoia iniziò a far parlare di sé.
Abbandonata la vecchia locomotiva e rubatane un’altra, blindata e dotata di mitragliatrice, caricarono a bordo due infermiere russe che si occuparono dei feriti, così avanzarono verso Vladivostok, preceduti dalla loro fama.

Ad ogni battaglia la brigata si fece più numerosa, poi si fermava di volta in volta a riparare i binari danneggiati, in un viaggio incredibile durato mesi, durante i quali non si sapeva nemmeno se la guerra fosse finita o meno.
A Krasnojarsk, dove prima gli zar e poi Stalin mandavano la gente nei gulag, trovarono una città in pieno caos: gli zaristi erano fuggiti mentre contadini, operai e militari avevano preso il comando senza averne nè competenze né esperienza.

Presentat’arm dei militari italiani irredenti al Maggiore Cosma Manera

Coi suoi uomini Compatangelo occupò il municipio e instaurò un governo militare, riuscendo a far convivere in qualche modo bolscevichi e socialisti, che lo riconobbero come leader.
Da Krasnojarsk egli sfruttò il telegrafo per avere notizie e gli capitò all’orecchio la storia della legione Redenta e seppe di una figura avvolta già dal mito, un ufficiale dei Carabinieri che vagava per la Russia per salvare i suoi compatrioti e a trasformarli in soldati.
Dopo un mese e mezzo Compatangelo ripartì con i suoi uomini che attraversarono la Manciuria sul loro treno blindato, mentre i cinesi tentavano di sequestrarglielo.
Lui se la cavò sempre, grazie alle sue doti di affabulatore, millantando e minacciando incidenti diplomatici internazionali, fino a quando arrivò a presentarsi a Cosma Manera in persona, per consegnargli la sua Brigata Savoia che venne così integrata nella Legione Redenta di Siberia.

Poi, così come era apparso, Compatangelo scomparve.

Andrea Compatangelo

Cosma Manera, insieme ai suoi uomini, difese con successo la linea Transiberiana.
Finalmente, nel febbraio 1920, dopo averla raggiunta, Manera lasciò Vladivostok a bordo di tre navi mercantili americane e dopo essersi fermato in Egitto e sul Mar Rosso, giunse a Trieste dopo altri due mesi di viaggio!

Foto ricordo in Egitto davanti alle Piramidi

I soldati della Legione Redenta furono accolti senza festeggiamenti, percepiti anzi come un peso da quella che era la loro nuova patria, al punto che fu loro negato ogni sussidio o pensione di guerra: il regime fascista fingerà di non accorgersi di loro.

Cosma, con il grado di Tenente Colonnello, riprese la sua vita militare come se nulla fosse accaduto, non dimenticando però mai i “suoi soldati” fino alla morte, e spesso si incontrò con loro per l’Italia.

Gli irredenti si dispersero per l’Italia a caccia delle case e delle famiglie, ma non prima di aver regalato a Manera una coppa di bronzo con incise le tappe più importanti di quel viaggio in treno da Kirsanov a Vladivostok, durante il quale avevano patito la fame e il freddo insieme.

Il 30 aprile 1923 Cosma sposò Amelia Maria Pozzolo, da cui ebbe due figlie, e ricevette dal re un’alta onorificenza: il collare dei Ss. Maurizio e Lazzaro.

Cosma Manera nel 1928

Dopo altre missioni in Francia, Grecia, Inghilterra, Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Bulgaria, Cina, Egitto e Russia, il 1º aprile 1927 Manera fu nominato comandante della Legione di Roma, mentre nel 1929 fu trasferito al comando della Legione di Milano.

Per breve tempo indagò sull’incidente al Polo Nord di Umberto Nobile, in seguito le autorità fasciste gli revocarono il mandato.

Cosma Manera morì A Rivalta nel 1958, all’età di 82 anni: oggi riposa nel cimitero urbano di Asti.

La “Legione Redenta” prima del viaggio di ritorno in Patria

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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