Riflessioni sul Referendum: Cara Democrazia

Dopo vari tentativi infruttuosi, finalmente i tre amici, Erasmo dal Kurdistan, Nota Stonata e Gyro Gearloose, riescono a rivedersi.
È la prima volta, da quando Erasmo è riuscito a tornare dalla sua tormentata terra.
Alla fine, ci si è messo pure il virus a ostacolarne il cammino.
Abbracci virtuali, tanto affetto in pochi sguardi eloquenti, finalmente si siedono al tavolino di un bar per l’agognato aperitivo.
E mentre l’agosto rovente si mangia il ghiaccio nei bicchieri, trovano ristoro l’uno nelle parole degli altri.


Erasmo – Vi assicuro che da lontano la percezione dei fatti di casa è un’altra cosa. Lo sguardo distaccato consente un cambio di prospettiva che riserva più di una sorpresa. Considerate poi che, da dove vengo, molti dei problemi che qui sembrano insormontabili in realtà sono bazzecole, rapportati a questioni di vita o di morte, e non in senso figurato.

Montagne del Kurdistan

La cosa che però mi preoccupa maggiormente di quel che accade nel nostro Paese è il progressivo e generalizzato scivolare in una sorta di indifferenza verso l’evidente involuzione di un istituto che, a torto, viene dato per scontato: la democrazia. Potrei portare molti esempi di sintomi evidenti e voi sicuramente ne avrete molti altri, ma il dibattito, o la mancanza di un dibattito, sul referendum costituzionale per la conferma della riduzione, direi drastica, del numero dei parlamentari, mi sembra oggi il caso più evidente. Voi cosa ne pensate?

Gyro – All’approssimarsi dell’appuntamento con il prossimo referendum, la prima curiosità che mi viene in mente, riguarda la natura dicotomica di questo istituto, che seziona drasticamente in 2 ogni questione, contrapponendo subito il fronte in 2 opposti schieramenti.

Mi direte: è la caratteristica propria della mentalità europea ed è alla base della nostra cultura, eredità del mondo greco e latino, a partire dalla logica dicotomica del “tertium non datur”, e via discorrendo; cavillando in punta di spillo, tra arte e diritto, filosofia e scienza, e tutto quanto che si voglia poter dire sull’egemonia culturale dell’Occidente.

Sarà pure… ma a me pare che questa cosa funzioni meglio in altri ambiti, che so, in biologia o in fisica, ad esempio, dove per dare una parvenza d’ordine all’innumere varietà dell’esistente, è utile disporre delle categorie più semplici: animato/inanimato, animale/vegetale, maschio/femmina, alto/basso, destra/sinistra, etc. O, per fare un altro esempio, in matematica dove, per eseguire complicatissimi calcoli, s’affida al processore un’astrusa e sterminata sequela di 0/1, fiduciosi che alla fine, la logica binaria  dei suoi chips saprà ricavarne un senso, deviandoli attraverso porte on/off, aperte/chiuse, sì/no, fino alla soluzione.

Analoghi criteri selettivi funzionano bene anche per riporre i libri negli scaffali delle biblioteche o librerie; oppure per mettere ordine sulle scrivanie, riponendo le pratiche e le scartoffie in ordinati schedari.

Ma non sono affatto sicuro che lo stesso criterio funzioni altrettanto bene pure per le questioni politiche e soprattutto da noi, in Italia, che siamo specialisti di fazioni. 

Orazi/Curiazi, Latini/Romani, Mario/Silla, Ghibellini/Guelfi o, per restare in ambito più leggero e sportivo ma non meno fazioso, Bartali/Coppi.

Diciamolo francamente, a noi italiani piace, e pure tanto, dividerci in fronti opposti, per litigare di santa ragione, senza renderci neanche conto che, nella polemica tra bande, in cui sembra prevalere chi urla più forte – come al bar – la ragione è dei fessi e si finisce sovente per avere tutti torto.

Nota – Penso che in questo Paese la semplificazione di questioni complesse sia parte di una profonda deriva culturale che si trascina dietro il valore stesso della nostra Democrazia. Non è pensabile ridurre tutto a una dicotomia tra fronti contrapposti, alla scelta tra un Sì e un No, con la stessa superficialità di un pubblico di tele-votanti, oppure alla scelta tra un “mi piace” e un “non mi piace”, modello social, senza incorrere in gravi conseguenze. Tutto ciò significa svuotare di contenuti scelte che invece richiedono vera consapevolezza e un grado di responsabilità che, in questo modo, non viene percepito; soprattutto ciò dimostra che, nell’esercizio della Democrazia, siamo ancora alle prime armi, alla stregua di chi manovra strumenti importanti senza averne compreso la potenzialità; ci muoviamo troppo spesso sull’onda di una scia emotiva, che fa della propaganda l’unico strumento di “informazione” e della popolarità, scaturita da un presenzialismo mediatico ben costruito, l’unico strumento di consenso.

Mancano gli strumenti culturali che consentano una chiave di lettura e comprensione dei problemi; in una società sempre più avvezza a non approfondire, a fermarsi ai titoli, a non studiare, a esprimersi su tutto senza farsi domande e senza coltivare sani dubbi, sarà difficile costruire proposte valide.

Mi spiego meglio, se pure da cittadini ricorriamo a strumenti democratici di voto, tra i quali l’istituto del Referendum, in concreto l’utilizzo di questi strumenti non può essere l’unico indicatore della buona salute di una Democrazia che, a parer mio, è materia viva e in continuo divenire, sempre a rischio di deterioramento, che cresce di qualità di pari passo alle qualità dei cittadini, capaci di prestarvi cura e attenzione; insomma la qualità della Democrazia è nelle nostre mani, il lascito dei nostri padri va preservato e protetto continuamente.

Erasmo – Approfondita la natura intrinsecamente manichea del referendum ricordiamo che, in questo caso, la Costituzione richiede la conferma popolare (referendum confermativo senza quorum) poiché la riforma costituzionale è stata approvata senza maggioranza qualificata. Trattandosi della norma fondamentale, la Costituzione si autoprotegge da modifiche di parte, chiedendo al popolo di confermare la scelta fatta dalla semplice maggioranza parlamentare. Ovviamente con un sì o con un no alla riforma costituzionale, come altro potrebbe? Forse però non si è ancora approfondita a sufficienza la circostanza che ha portato alla necessità di questo referendum: in Parlamento una importante forza politica, al tempo all’opposizione, votò contro il taglio dei parlamentari e pertanto non si raggiunse la maggioranza qualificata necessaria per l’approvazione diretta. Dovrebbe destare un certo stupore il fatto che, oggi, quella stessa forza politica sia schierata per il Sì al referendum, ovvero per l’approvazione popolare della stessa riforma che aveva bocciato in Parlamento.

Esempio della politica contemporanea, che corre dietro ai sondaggi per paura di perdere un appuntamento elettorale, indipendentemente dalle proprie convinzioni. La pavida politica di Don Abbondio.

La riduzione del numero dei parlamentari, attuata con un colpo d’ascia senza porsi il problema delle conseguenze sulla rappresentanza e sul funzionamento delle istituzioni, a me pare il primo passo verso il superamento della democrazia rappresentativa. Da sostituire con cosa? Con il continuo ricorso all’ordalia, al giudizio del popolo assimilato al giudizio divino, magari col supporto di una piattaforma informatica proprietaria. E allora ecco che le vostre dotte analisi sul rischio di un abuso dell’istituto referendario trovano una sponda per riproporsi all’ennesima potenza.

Nota – La nostra conversazione offre spunti interessanti, provo a riflettere partendo dalle ultime osservazioni di Erasmo.

Secondo me lo svuotamento della Democrazia rappresentativa è iniziato già da molto tempo. Prova ne è la legge elettorale che non ha più consentito ai cittadini di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento; un Parlamento di nominati dai propri partiti non è esattamente rappresentativo della volontà dei cittadini, i quali sono stati ridotti a indicare un simbolo sulla scheda elettorale, delegando ai leader di partito la scelta di deputati e senatori. Mi risulta invece che i padri costituenti discussero molto riguardo alla rappresentatività dei parlamentari, ritenendo vi fosse una giusta proporzione tra il loro numero e quello dei cittadini elettori, proprio per garantire che anche le minoranze fossero rappresentate.

Il giusto rapporto tra elettori ed eletti era quindi un dato irrinunciabile. Ma oggi questa rappresentatività appare svuotata e resa quasi vana da leggi elettorali infauste, dall’avvento di partiti “azienda” che puntano al leaderismo di proprietà, il quale ovviamente preferisce degli yesmen da posizionare sugli scranni delle Camere, perché garantiscono fedeltà al leader, agli interessi di parte.

Il ricorso al referendum potrebbe essere l’ultima ratio di una democrazia che, così privata di rappresentatività, salva la sua apparenza attraverso il ricorso alle urne, per dare voce a un popolo chiamato a scegliere tra Sì e No, ma mai per affrontare i problemi reali che restano a margine, un po’ come agitare uno specchietto per “allocchi” che così si credono liberi di scegliere, in virtù di una Democrazia minata alle fondamenta e sempre più traballante.

Gyro – Amici miei, solitamente è difficile trovarmi d’accordo, questa volta addirittura sono costretto a concordare con entrambi. A mio avviso, avete messo il dito nella piaga. Aldilà delle disinvolte giravolte di alcune forze politiche, che pur ci sono state, eccome! il problema principale è senza dubbio quello della rappresentanza politica, del buon funzionamento della nostra «cara democrazia» rappresentativa e del maldestro e demagogico tentativo, da parte di una classe politica inetta e mediocre, di sostituire l’interesse generale dello stato con logiche miopi e corporative. In sé, il tema della riduzione del numero dei parlamentari non è nuovo al dibattito politico italiano ma ora però si sta procedendo a una riforma “chirurgica”, in cui viene affrontato solo un aspetto, e il più demagogico per altro, senza considerare i rischi legati al buon funzionamento delle istituzioni. La proposta di legge prevede un taglio dei parlamentari da 945 a 600, con una riduzione prevista del 36,5% nel numero dei parlamentari, che passerebbe così dai 630 attuali a 400, mentre il numero dei senatori elettivi scenderebbe da 315 a 200 e, per quanto riguarda la circoscrizione estero, i deputati da 12 a 8 ed i senatori da 6 a 4. Quando anche fosse vero che la riforma, se venisse approvata, porterebbe ad un risparmio, dai fautori stimato in circa mezzo miliardo di euro ad ogni legislatura, questo risparmio non sarebbe certo un gran vantaggio, alla luce di altre considerazioni. Perché, se il problema fosse solo quello di ridurre i costi della politica, allora è doveroso dire che tali costi si possono contenere senza ridurre la rappresentanza e senza sminuire il ruolo del parlamento ma con la ben più semplice misura di ridurre gli stipendi dei parlamentari. Infatti, tra indennità, rimborsi e soldi spesi per i contributi ai gruppi parlamentari, stiamo parlando di oltre 1,36 miliardi di euro a legislatura.

Se si ritiene che si spenda troppo, la soluzione più ovvia sarebbe quella di ridurre queste uscite. Oltre tutto, il taglio all’entità degli stipendi sarebbe più semplice e rapido da realizzare, basterebbe una delibera degli uffici di presidenza delle camere mentre, per l’approvazione di una modifica della costituzione, l’iter è complesso e non è neanche sicuro che vada a buon fine. Questa riforma invece riduce il numero di privilegiati ma non elimina il privilegio.

Verrebbe quasi il sospetto che, a frenare la riduzione degli stipendi ai parlamentari, possa esserci il timore dei partiti nella diminuzione degli importi loro versati dagli eletti come “donazione”, calcolati sulla base dell’indennità parlamentare, il cui decremento ridurrebbe inevitabilmente i finanziamenti ricevuti dai partiti.

Per non parlare poi della voce di spesa più consistente, quella relativa ai rimborsi delle “spese per l’esercizio del mandato”, la principale per pagare i collaboratori dei parlamentari, spesso sottopagati o pagati in nero. Eventualità possibile poiché i parlamentari ricevono parte dei fondi a loro destinati pur non dimostrando di aver speso quei soldi per l’esercizio del mandato: solo la metà dell’importo è rimborsato sulla base delle spese attestate, il restante viene versato forfettariamente. Insomma, passa sotto silenzio un enorme problema di trasparenza, strombazzando invece il taglio al costo della politica, per conquistare un discutibile primato in Europa. Infatti, se la riforma venisse approvata, avremmo soltanto 0,7 deputati ogni 100.000 abitanti: il rapporto più basso in Europa.

A forza di guardare il dito di chi indica false piste, perdiamo di vista il vero problema, che è quello di restituire al parlamento la sua funzione centrale nella dinamica politica.

Al contrario invece il parlamento viene sempre più depauperato delle sue funzioni, basti guardare al successo delle proposte di legge presentate dai parlamentari: solo l’1,36% contro il 68,69% dei DDL del governo.

La possibilità di ridurre il numero dei parlamentari non è, a mio avviso, un male da esorcizzare ad ogni costo ma dovrebbe essere accompagnata da una riforma più ampia e generale, al fine di rendere il parlamento più efficiente. Soprattutto, si dovrebbe riflettere sul bicameralismo perfetto: due camere con le stesse identiche funzioni, appaiono oggi una scelta poco funzionale. Per altro, un senato con pochi componenti, come quello previsto da questa riforma, non riuscirebbe a svolgere in maniera efficiente gli stessi compiti. Ridurre il numero dei senatori, mantenendo invariate le funzioni del Senato e l’articolazione delle sue commissioni permanenti, comprometterebbe soltanto il funzionamento del nostro sistema democratico.

L’obiettivo principale di una riforma dovrebbe essere migliorare il funzionamento del sistema parlamentare, anziché preoccuparsi demagogicamente dei costi per il suo mantenimento. Soprattutto, considerando che ci sono altri modi, più sicuri e rapidi, per ridurre le spese. Invece il taglio dei parlamentari, senza prevedere altre misure integrative e sistemiche, finirebbe soltanto per compromettere la rappresentanza politica, riducendola senza vantaggio per i cittadini.

Tutto ciò considerato, alla domanda referendaria secca, quanto a me, risponderei: MA ANCHE NO!

Erasmo – La propaganda anti-parlamentare le spara grosse, anche sulle cifre: l’osservatorio dei conti pubblici di Carlo Cottarelli ha calcolato il risparmio derivante dalla riduzione dei parlamentari, sui cinque anni di legislatura, in 285 milioni, poco più della metà del mezzo miliardo sbandierato dai sostenitori della riforma che, a forza di essere ripetuto a raffica, viene erroneamente preso per il dato corretto. 285 milioni sono lo 0,007% della spesa pubblica italiana di un anno. Ma è proprio il concetto di risparmio che andrebbe rimandato al mittente. Vogliamo dire che la nostra democrazia è diventata troppo cara (la “cara democrazia”), che non ce la possiamo più permettere? O si tratta solo di propaganda populista che vede nel concetto di delega, democrazia rappresentativa appunto, un limite all’esercizio diretto dei poteri da parte del popolo mitizzato?

Perché è evidente che il tema della rappresentanza non è stato neanche lontanamente preso in considerazione. Se è vero che le varie leggi elettorali, dal Porcellum in poi, hanno impedito l’indicazione del proprio rappresentante, è anche vero che si è arrivati all’abolizione delle preferenze con referendum popolare, quello di Mariotto Segni, per superare un sistema incentrato sul clientelismo.

Esiste un tema di equilibrio tra rappresentanza e governabilità, soprattutto in un Paese come il nostro, votato all’individualismo, dove quattro amici al bar sono pronti a fondare cinque nuovi partiti o movimenti (come si preferisce chiamarli ora). E tagliando i parlamentari, con una legge elettorale come quella in vigore, il problema si allontana dalla soluzione.

Ma che interi territori non trovino rappresentanza in Parlamento, a causa di questa riforma, mi sembra molto grave. Pensiamo alla Valle d’Aosta, regione a statuto speciale che, con i suoi 120.000 abitanti circa, vedrà garantita una congrua rappresentanza. Per far questo, si andrà a ridurre da qualche altra parte. La provincia di Rieti, ad esempio, che pure sta in mezzo ai monti e ha più abitanti, probabilmente perderà rappresentanza. Ma che ci avranno mai fatto sti Sabini, che hanno già dovuto mandar giù il ratto? No, non il sorcio, quel rapimento dei buzzurri romani di parecchi secoli fa.

Comunque la rigiri, questa pezza sembra assai peggiore del buco che dice di voler rammendare. Io non posso far altro che esprimere il mio dissenso nell’unico modo ancora consentito: tracciando una croce sulla scheda elettorale.

Nota – Insomma, cari amici, il fatto che spesso non ci si senta rappresentati non deve trasformarsi in un sostegno a chi vuole prendere d’assalto la nostra democrazia. Ce la prendiamo con le istituzioni, confondendole con gli uomini che le incarnano; questi, atteggiandosi a grandi riformatori, in realtà ci riempiono di chiacchiere senza riuscire ad affrontare i reali problemi del Paese, come moderni gattopardi. Per questo anch’io voterò NO, con la speranza che, anche per questa volta, la nostra cara Democrazia tenga!

Erasmo dal Kurdistan è persona mutevole, con una spiccata tendenza alla tuttologia.
Vorrebbe affrontare la vita con leggerezza e ironia, ma raramente riesce a mantener fede a un impegno così arduo.
Scioccamente convinto di avere qualche dote letteraria (molto) nascosta, si prodiga nel vano tentativo di esternarla, con evidente scarsa fortuna.
Maniaco dell’editing e dell’interpunzione, segue un insano culto del punto e virgola (per tacere delle parentesi e delle amate virgole).
Tenta di tenere a bada una innata tendenza didascalica e quasi pedagogica pigiando sul pedale della satira di costume, ottenendo di comico solo il suo pio tentativo.
Il più delle volte si limita ad imbastire dimenticabili pipponi infarciti di luoghi comuni.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

Sotto l’eteronimo di Gyro Gearloose si cela un uomo rustico, a volte ruvido, fervido praticante di un libero pensiero, che sconfina in direzioni ostinatamente contrarie all’opinione comune.
Afflitto fin dalla nascita da una forma inguaribile di pensiero debole, simile all’agnosìa, prova a curarla con l’applicazione assidua di scienze dure.
E’ cultore di matematiche che, non capendo appieno, si limita ad amare da dilettante appassionato, sebbene poco ricambiato.
Si consola perlustrando sentieri poco battuti, per campagne e colline dove, tra le rovine del passato, resistono ancora bene l’ulivo e la vite.


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2 commenti su “Riflessioni sul Referendum: Cara Democrazia

  1. Il grave errore del referendum maggioritario ha prodotto, come previsto, dei ras territoriali, signori delle preferenze. Chi conosce la politica della provincia di Latina o del Lazio sa quali conseguenze ha prodotto, non solo nella politica, anche nel blocco o nel tentativo di blocco della giustizia e addirittura del mancato commissariamento per mafia. Abbiamo visto come la “democrazia diretta” o il voto online sulle piattaforme sia stato, a volte, manipolato oppure i candidati scelti dai cittadini siano stati sostituiti da chi era pro forza politica. Anche in questo caso se ne conoscono le conseguenze locali. Giustificare la riduzione dei parlamentari con gli eccessi o gli errori di altre legge elettorali significa, ancora una volta, non affrontare, quindi non risolvere il problema, ma solamente spostarlo in modo superficiale. Banalmente sarebbe come risolvere il problemi sanitari non accettare certe categorie di malati o malattie. Oppure ridurre i costi dell’istruzione ammettendo a scuola, fin dalle elementari, solo i presunti “migliori” con quale criterio e in base a cosa chi saprà mai… magari escludendo Piero Angela o Einstein. Non è un caso che oggi in parlamento venga rappresentato circa il 50% degli elettori aventi diritto tra l’altro con candidati che non sceglie e spesso catapultati da 5 o 6 segretari che hanno potere di vita e di morte sui parlamentari. Io voto NO come ho votato contro il maggioritario

  2. non sarebbe il caso di porsi prima il quesito se la nostra è una vera democrazia oppure una semplice oligarchia con spruzzi di democraticità in cui il sistema referendario è stato volutamente svalutato perchè dopo divorzio e aborto, non creasse spiacevoli sorprese?
    per il resto sono d’accordo.

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