Siamo tutte Messaline

Nonostante si dica giustamente che i tempi sono cambiati, il nostro linguaggio parlato, allusivo o evocativo che sia, continua a rivelare tratti sessisti, ovvero ad ispirarsi a una società di tipo maschile che discrimina la donna.
Ci imbattiamo spesso in molti modi di dire e definizioni che nell’uso comune hanno assunto connotazioni denigratorie al femminile, mentre non è la stessa cosa per il corrispettivo maschile.

Ad esempio, il dizionario della lingua italiana alla voce messalina riporta :

messalina s. f. [per antonomasia, dal nome dell’imperatrice romana Valeria Messalina (c. 25 – 48 d. C.), famosa per la sua immoralità], non com. – Donna dissoluta e depravata (spesso in tono scherzoso).

Valeria Messalina

Ma se il suo corrispettivo maschile è per esempio Casanova, o un qualsivoglia altro seduttore dedito a saltare di letto in letto, è evidente che non gli venga attribuito lo stesso giudizio immorale e riprovevole.
L’idea comune è che quando si dica a un uomo “sei proprio un Casanova” gli si faccia un complimento.

Dal vocabolario della lingua italiana:

casanòva s. m., invar. – Uomo dedito alle avventure amorose, gran conquistatore, seduttore privo di scrupoli; è uso antonomastico del nome di Giovanni Giacomo Casanova, famoso scrittore e avventuriero veneziano (1725-1798).  

Giacomo Casanova

Insomma, mi pare che attorno a tali figure maschili aleggi sempre una punta di gloria e di onore al merito per le vittorie riportate sul campo.

Sebbene la vicenda di Valeria Messalina (qui puoi leggere l’articolo scritto dal nostro Lino Predel su Messalina) sia davvero la triste storia di una quattordicenne costretta al matrimonio con il claudicante Claudio, il quale per età poteva essere suo nonno, e sebbene la stessa, attraverso la sregolatezza con cui si riappropriava e disponeva liberamente del proprio corpo, al di fuori della costrizione del matrimonio, abbia cercato l’amore fino a trovarlo nella figura di Gaio Silio, un belloccio sicuramente più interessato al trono che a lei, ebbene, nonostante tutte queste attenuanti, è divenuta metafora rappresentativa di depravazione e di immoralità.
Per lei nessuna indulgenza, benché la sua esistenza appaia più come rivendicazione a suo modo di un diritto all’amore che le era stato negato.

Esistono figure femminili i cui tratti hanno sempre suscitato riprovazione sociale proprio in quanto femminili, al di là della vicenda personale e umana; donne condannate perciò a una memoria tramandata da una società maschile che ha letteralmente cucito loro addosso questi panni, tacciandole da immorali o depravate, senza alcuna indulgenza o obiettività se messe a paragone con quanto invece è stato riservato agli uomini dalle condotte altrettanto licenziose. 
Ma, nonostante i tempi siano cambiati, l’uso del linguaggio e le espressioni allusive che esso nasconde nel colloquiare di tutti i giorni, per la strada come al bar e non solo purtroppo, ci restituisce una cultura ancora legata a questi stereotipi.

Per cui, se un cortigiano è un uomo che sta a corte, una cortigiana è una donna dai liberi costumi: una prostituta.

E potremmo ancora andare avanti con altre definizioni:

passeggiatrice s. f. [femm. di passeggiatore]. – Termine eufemistico per indicare le prostitute di strada (cfr. l’uso analogo di peripatetmica).

passeggiatóre s. m. (f. –trice, pop. –tóra) [der. di passeggiare]. – Chi sta passeggiando, o chi ama passeggiare:

Un uomo allegro è un buontempone, una donna allegra invece è una dai facili costumi, una prostituta.

Un uomo di strada  è un duro, una donna di strada ahimé  è per l’ennesima volta una prostituta.

Un omàccio s. m. [pegg. di uomo]. È  Uomo grosso, violento

Una donnaccia: sostantivo femminile – Donna spregevole o corrotta; donna di malaffare.

Insomma i conti non tornano bene neanche oggi, così come non tornano per la nostra Messalina che è ancora ricordata per i suoi innumerevoli amanti, quindi come prostituta, mentre il suo equivalente al maschile si fregerà chissà per quanto tempo ancora del titolo di grande amatore…

Buon 8 marzo a tutte!

Anna Magnani in “Mamma Roma” di Pierpaolo Pasolini (1962)

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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