Majakovskij: la forza di dire basta!

                            

“Primavera”
La città s’è tolta di dosso l’inverno.
La neve sbava saliva.
E di nuovo è tornata la primavera,
garrula e stupida come un giovane nobile.

Vladimir Majakovskij fece irruzione nel mondo della poesia con la sua alta corporatura, l’andatura decisa, il fervore, la gestualità della sua parola infiammata.
La sua non comune personalità scosse il mondo poetico, lasciando una traccia considerevole nell’attività poetica del “secolo sovietico”.
La natura ribelle di Majakovskij si rifletteva in tutto: nell’aspetto esteriore, nella maniera di vestirsi, nel modo in cui declamava i versi.
Era scioccante e scorbutico ma era al tempo stesso un uomo molto sensibile.
La slavista Serena Vitale ha ricostruito la morte di Vladimir Majakovskij nel 1930: un evento che sconvolse l’ancora giovane regime bolscevico e ancora oggi è avvolto da un alone di mistero.
La mattina del 14 aprile 1930 il regime ebbe uno scossone non da poco: era stato trovato senza vita, nel suo studio moscovita, il grande poeta Vladimir Majakovskij.
S’era ucciso con un colpo al cuore e giaceva a pochi centimetri dalla porta.

Il corpo di Majakovskij

Ma cosa c’entrava la morte di un poeta, i cui versi risentivano del movimento futurista, con la natura dell’apparato politico?
La principale, se non l’unica ragione, di questo legame era forse la seguente: il cosiddetto paradiso comunista non poteva sopportare, il suicidio – atto inteso come spiccatamente borghese – in quanto poteva essere interpretato come protesta estrema.
Rischiava, insomma, di esser visto come un gesto di ribellione contro un sistema politico testardamente convinto di garantire a tutti la felicità.
Majakovskij aveva lasciato un foglietto in cui affermava tra l’altro:

A tutti.
Se muoio, non incolpate nessuno…
E, per favore, niente pettegolezzi…”.

Singolare coincidenza, l’ultima frase scritta da lui, era quasi la stessa che sarà lasciata in un albergo di Torino dal suicida Cesare Pavese circa trent’anni dopo.
Il poeta era alto più di 1,90, così i becchini fecero fatica a deporlo nella bara: non ci stavano i piedi.
Era entrato nello studio di vicolo Gendrikov in compagnia della bella Veronika Polonskaja, attrice teatrale, che era sua amante.
Una girandola di voci si aparse all’arrivo dei funzionari sovietici, dei giornalisti, dei curiosi.
Tutto questo tourbillon è stato ben raccontato dalla Vitale, docente di letteratura russa, nel libro “Il defunto odiava i pettegolezzi” (Adelphi 2020).

Veronika Polonskaja

Nel libro l’autrice procede, nella ricostruzione di quel dramma fuori dai canoni biografici seguendo quello che potrebbe essere paragonato ad un copione teatrale.
Veronika avrebbe respinto il corteggiamento di Majakovskij o comunque il suo desiderio di un rapporto stabile.
Le mosse dell’attrice contribuirono a tingere di giallo la drammatica scelta del poeta, cantore della spinta rivoluzionaria della prima ora. 
La Polonskaja uscì di corsa dalla camera prima o dopo lo sparo? Le voci su questo punto sono state sempre contradditorie.
Sta di fatto però che l’attrice solo successivamente venne interrogata dalla polizia, alla quale fornì una versione autoassolutoria.
Certo lei non era l’unica donna nella giostra affettiva di Volodia.
C’era anche l’ambigua attrice Lilja Brik, sposata con Josip, redattore dal vissuto poco chiaro.
Il loro era un rapporto altalenante, ma non meno intenso. Pare che il marito di Lilja non si opponesse alla liaison extraconiugale, anzi.

Vladimir Majakovskij insieme all’attrice Lilja Jur’evna Brik a Yalta nel 1926

Tornando a quella fatale mattina, sappiamo che uno scultore e un modellatore presero il calco del volto e delle mani dello scrittore, ma qualcuno, nei giorni successivi, sfilando davanti alla bara aperta, notò che Vladimir aveva il naso schiacciato: “con lividure” sotto lo zigomo sinistro. Tracce di una caduta o di una colluttazione?
Tra le varie accuse post mortem contro il poeta, un rappresentante della vecchia guardia rivoluzionaria, Bela Kun, scrisse della “stupida, pusillanime” morte del poeta, “minaccioso esempio per chi subordina alla grande Causa i propri meschini sentimenti”.
La Pravda diede la notizia della sua morte solo a pagina 5: “…ieri, 14 aprile, alle 10,15 del mattino, il poeta Vladimir Majakovskij si è tolto la vita nel proprio studio… le indagini preliminari dimostrano che il suicidio è stato causato da motivi di natura privata che nulla hanno a che vedere con l’attività pubblica e letteraria del poeta. Prima del suicidio, il poeta ha sofferto di una lunga e grave malattia, dalla quale non si era mai completamente ripreso”.
Il quotidiano faceva poi cenno all’ipotesi che soffrisse di sifilide, ma l’autopsia lo negò: dunque non era affetto dalla malattia del capitalismo.
Ma chi era stato Vladimir Majakovskij?

Vladimir “Volodia” Majakovskij

E’ stato molte cose: poeta, scrittore, drammaturgo, regista teatrale, attore, pittore, grafico e giornalista sovietico, cantore della rivoluzione d’ottobre e maggior interprete del nuovo corso intrapreso dalla cultura russa post-rivoluzionaria.
Vladimir Majakovskij, Volodia per i familiari, nacque a Bagdati, in Georgia, nel 1893.
Suo padre era un nobile russo decaduto che si prestava a lavori umili, come guardiano forestale.
Orfano del padre a soli sette anni, ebbe un’infanzia difficile; all’età di tredici anni, si trasferì a Mosca con la madre e le sorelle.
Studiò al ginnasio fino al 1908, quando aderì al Partito Operaio Socialdemocratico Russo e venne per tre volte arrestato e poi rilasciato dalla polizia zarista.
Giovanissimo, Vladimir si appassionò alla poesia, che leggeva e che recitava in un costante monologo interiore. Presto divenne amico di Velimir Chlebnikov, poeta sperimentalista che aveva fondato il gruppo Hyleano.
Anche per via dell’entusiasmo teorico profuso da Majakovskij, il gruppo iniziale si allargò e si tramutò nella leggendaria cerchia dei cubofuturisti.
La voracità intellettuale di Majakovskij era proverbiale, la sua presenza fisica imponente ne faceva una sorta di divo.
Nel 1911 si iscrisse all’Accademia di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca dove incontrò David Burljuk, che, entusiasmatosi per i suoi versi, gli propose 50 copechi al giorno per scriverne. Nel maggio del 1913 fu pubblicata la sua prima raccolta di poesie “Ja!”, (Io!) in trecento copie litografate.
Tra il 2 e il 4 dicembre, un’opera teatrale, dove Majakovskij lanciava la famosa equazione “futurismo=rivoluzione”, fu rappresentata in un piccolo teatro di Pietroburgo.

Majakovskij futurista

Aderì al cubofuturismo russo, firmando nel 1912 insieme ad altri artisti (Burljuk, Kamenskij, Kručёnych, Chlebnikov) il manifesto “Schiaffo al gusto del pubblico” dove veniva dichiarato:

il più completo distacco dalle formule poetiche del passato, la volontà di una rivoluzione lessicale e sintattica, l’assoluta libertà nell’uso dei caratteri tipografici, formati, carte da stampa, impaginazioni”.

Fin dagli esordi della nuova avanguardia futurista, si batté contro il cosiddetto “vecchiume”, ovvero l’arte e la letteratura del passato, proponendo al contrario testi letterari concepiti con un senso finalistico, perché la poesia non aveva senso per lui senza una finalità precisa ed un pubblico definito.
Il successo del poema “Tu!”, steso durante gli anni della Prima Guerra mondiale, fu debordante e del tutto imprevisto. L’adesione incondizionata di Majakovskij alla Rivoluzione d’Ottobre lo rese ancor più popolare.
La celebrazione dell’industrializzazione sovietica non fece altro che proiettarne la figura ai ranghi elevati dell’intellighenzja rivoluzionaria.
Insieme a Kazimir Malevic firmò pure il manifesto del Suprematismo.

Il giornale Iskusstvo Kommuny

Contribuì alla fondazione del giornale “Iskusstvo Kommuny”, mentre nelle officine e nelle fabbriche organizzava letture di versi e dibattiti, favorendo la formazione di gruppi futuristi nei quartieri operai.
Molti dei suoi tentativi, tuttavia, furono osteggiati dal governo: prima il regime zarista e in seguito la dittatura staliniana si opposero, anche con censure pesanti, alle sue libere manifestazioni di pensiero.
Nel maggio del 1925 Majakovskij lasciò la sua terra e si diresse negli Stati Uniti.
Giunto nel continente americano un paio di mesi più tardi, vi rimase fino alla fine dell’estate, prendendo una grande quantità di appunti.
Questi presero forma nelle ventidue poesie del cosiddetto “Ciclo americano” che Majakovskij pubblicò una volta tornato in Urss, tra il dicembre del 1925 e il gennaio del 1926, su varie riviste.
Parte degli appunti confluirono anche ne “La mia scoperta dell’America”, una raccolta di scritti in prosa che mise in mostra un atteggiamento contraddittorio da parte del poeta nei confronti degli Usa: rabbia e tristezza, dovute alle condizioni degli operai nelle fabbriche, si alternavano, infatti, a gioia ed entusiasmo.

Nel 1926 Majakovskij si cimentò in molte sceneggiature per il cinema: “Ragazzi”, “L’elefante e il fiammifero”, “Il cuore del cinema, ovvero il cuore dello schermo”, “Come state?”, “L’amore di Sckafoloubov, ovvero due epoche, ovvero un cicisbeo da museo” e “Dekabriuchov e Oktiabriuchov”.

Successivamente pubblicò il poema “150.000.000” e il dramma “Mistero buffo”, in cui delineava gli aspetti comici della rivoluzione: sempre sulla stessa scia si inserirono le commedie “Il bagno” e “La cimice”, musicata questa da Shostakovich, e i poemi “Bene!” e “Lenin”, in cui rappresentava in modo critico i problemi della piccola quotidianità del mondo sovietico.
Ma nella “Cimice” e nel “Bagno” fece una critica violenta alla burocratizzazione della società, sottolineando il sentimento di frustrazione provocato dal contrarsi delle libertà sotto Stalin.
Fu immediatamente criticato dall’Unione degli scrittori.

Nel 1930 scrisse il prologo del poema incompiuto, intitolato “A piena voce”, che rappresentò la sua ultima opera e che, proprio per questo motivo, può essere considerato una sorta di testamento spirituale.

L’avvento di Stalin e la palese trasformazione degli ideali rivoluzionari in gestione del potere nelle mani di un tiranno non potevano non favorire un violento attacco, cosa che Majakovskij non intese negarsi.
La sua situazione sentimentale e le contingenze politiche gettarono tuttavia il poeta in uno stato di estrema prostrazione psicologica.
La sua morte è ancora un capitolo ambiguo della storia sovietica: alcuni storici hanno messo in dubbio la versione del suicidio e hanno indicato la probabilità che in realtà Majakovskij sia stato “suicidato” dagli sgherri del regime.
Non aveva ancora compiuto 37 anni e qualche anno prima, nel ’25, se ne era andato allo stesso modo anche Esenin, che lui ben conosceva.
Esistono molte leggende sugli scontri tra Esenin e Majakovskij (qui il nostro articolo su Esenin).
Solo una di queste si basa su una storia vera: nel 1923 i due poeti si esibirono in una serata di poesia organizzata in occasione dell’apertura dei corsi all’Istituto artistico-letterario.
Verso la fine della serata Majakovskij ed Esenin cominciarono a turno a presentare le proprie composizioni, gareggiando chiaramente tra loro.
Il tempo passò e si cominciò a narrare di questo episodio come di un teso confronto tra l’ultimo poeta della campagna e il primo poeta della rivoluzione, come un pieno di commenti pungenti, di affermazioni dure e di odio reciproco, cosa che è invece completamente distante dalla realtà dei fatti.
Majakovskij era un oppositore dell’immaginismo, ma non di Esenin.

Esenin

Nonostante appartenesse ad una corrente letteraria a lui avversa, lo riconosceva come poeta di talento. “Litigavo spesso con Esenin, lo accusavo soprattutto del culto dell’immaginismo crescente attorno a lui”, ricordava.
Nel maggio del 1922 in una conversazione con dei giornalisti di un quotidiano di Riga Majakovskij disse che quando si parla degli immaginisti, “di tutti loro rimarrà solo Esenin”.

Qualsiasi cosa si dica, ma Majakovskij non si getta via. È presente nella letteratura come una trave e molti su di essa inciamperanno”, diceva Esenin del suo “acerrimo nemico”.
Lo scrittore Matvej Rojzman raccontò che nella redazione del giornale “Nuovo mondo” vedeva come Majakovskij elogiava apertamente nel suo ufficio i versi di Esenin, terminando le sue recensioni con la frase: “Ascoltatemi: a Esenin non una parola di ciò che ho detto”!
Majakovskij è stato considerato per antonomasia il poeta della Rivoluzione: tra le tante voci poetiche che la Russia seppe regalare alla cultura mondiale nei primi decenni del Novecento, la sua è stata spesso vista come la più rispondente ai dettami del regime sovietico.
In realtà non fu mai accomodante con esso, diventando spesso il più feroce critico delle sue anomalie.
Dunque Majakovskij, come si è detto, decise di interrompere violentemente la sua esistenza, con un colpo di pistola al cuore, il 14 aprile del 1930.
I motivi che lo condussero al suicidio, lo vediamo, non sono stati mai del tutto chiariti, ipoteticamente riconducibili alla campagna condotta contro di lui dalla critica di partito, alle delusioni politiche o forse a motivi amorosi.
La passione per la giovane attrice Veronica Polonskaja, ad esempio, che rifiutò di divorziare dal marito per sposare il poeta poiché, come disse lei dopo, “capiva perfettamente che con accanto Lilja Brik non poteva esserci nessuna esistenza comune tra lei e Majakovskij”.

Poco tempo prima Volodia aveva scritto:

A causa del mio carattere rissoso, hanno tanto abbaiato contro di me, m’hanno accusato di tanti peccati, veri o presunti, che a volte mi vien voglia di andarmene da qualche parte, per restarvi due anni, pur di non sentire più ingiurie. Ma, ovviamente, l’indomani rinuncio a questo pessimismo, mi armo di nuovo coraggio e, con le maniche rimboccate, riprendo a battermi, affermando il mio diritto di esistere come scrittore della rivoluzione e per la rivoluzione, non già come un fantoccio”.

Nella sua lettera di addio scrisse:

A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno.
E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare.
Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi.
Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami.
Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Polonskaja.
Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio…
Come si dice, l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano.
La vita e io siamo pari.
Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci.
Voi che restate siate felici”!

Lilya Brik e Vladimir Majakovskij

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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